Condiscepoli di Agostino

stampa
Zenti mons. Giuseppe

Muore Monica a soli cinquantacinque anni, tutta assorbita nel pensiero della vita eterna: “A noi che le chiedevamo se non temesse di lasciare il suo corpo così lontano dalla sua città, disse: «Niente è lontano da Dio e non c’è da temere che Lui non conosca alla fine del mondo donde risuscitarmi». Pertanto, il nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo anno della sua età, nel trentatreesimo della mia età, quell’anima religiosa e pia, fu sciolta dal corpo”.

Ignaro di quanto sarebbe accaduto a sua madre, ancor prima di partire alla volta dell’Africa da Roma, Agostino narra le sue confidenze spirituali, che riguardavano soprattutto la vita oltre la morte, con la madre...

È sempre un dato interessante la biografia di una madre fatta da un figlio. Nel caso specifico, da Agostino che volle evidenziare la personalità della madre, soprattutto l’incisività della sua preghiera sulla stessa conversione del figlio Agostino, dunque sulla sua stessa svolta radicale.

Con il Battesimo, ricevuto da sant’Ambrogio nella notte di Pasqua del 387, Agostino cominciava davvero una nuova vita, tutta radicata appunto nel Battesimo. Decide pertanto di lasciare per sempre Milano e di fare ritorno in Africa dove costruire un monastero per sé, per il figlio, per la madre e per pochi amici che condividevano la consacrazione a Dio: “Cercavamo di avere un qualsiasi luogo abbastanza utile al fine di metterci al tuo servizio; insieme facevamo ritorno in Africa. E arrivati a Ostia Tiberina, mia madre morì”.

Finalmente, dopo la lettura del testo della lettera ai Romani nel parco di Cassiciaco, Agostino si sente davvero libero interiormente dalla schiavitù della libidine, delle ambizioni e dei guadagni.

Agostino non riusciva a liberarsi dai ceppi che lo avevano legato alle passioni, soprattutto alla libidine sessuale, appunto perché in lui fluttuavano insieme una volontà di bene e una volontà di male. Si potrebbe dire che la sua più che volontà era velleità, o almeno un non volere del tutto...

Agostino ha vissuto anni di travaglio dovuto al fluttuare in lui di una volontà di bene e una volontà che mirava alla libidine. Anche da adulto. Da trentenne. Nel pieno della carriera di retore. Si sentiva come dissociato. Certo, con la sua perspicace intelligenza, aveva consapevolezza che tutta la realtà, lui stesso compreso, trae la sua esistenza e la sua verità da Dio ed è nelle sue mani: “E ho rivolto il mio sguardo verso le altre realtà e vidi che debbono a Te la loro esistenza e anche il loro termine, poiché Tu le tieni tutte nella tua mano con verità e tutte partecipano della verità, in quanto esistono e non c’è alcuna falsità se non quando si pensa che siano ciò che non sono”.

Retore a Milano e docente di retorica! Una carriera folgorante per Agostino e ben meritata. Ma proprio la sua carriera, alla vista di tutti, gli imponeva di avere come coniuge non una plebea, come era la madre di Adeodato, bensì una nobile. Tanto più che Agostino stava maturando dentro di lui, propiziata dalle preghiere della madre Monica, l’idea di farsi cristiano cattolico...

Agostino mal sopportava di restare a Roma, del resto non più nemmeno capitale dell’Impero, trasferita a Milano. Tra l’altro viveva dei proventi della docenza, ridotti al lumicino data l’abitudine, come già precisato, di parecchie scolaresche di passare ad un altro maestro nel momento di pagare la scuola.

Nemmeno per Agostino la docenza fu un affare facile. A Cartagine insegnava retorica. E viveva della sua docenza e con essa manteneva la sua “famiglia”...