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Torna Amleto, il capolavoro del veronese Franco Faccio

Triste destino quello del musicista veronese Franco Faccio (1840-1891), il cui nome ricorre nei discorsi dei suoi odierni concittadini pressoché esclusivamente per indicare un tratto di circonvallazione particolarmente trafficato...

Parole chiave: Amleto (1), Franco Faccio (2), Pentagrammi (22), Mario Tedeschi Turco (14)

Triste destino quello del musicista veronese Franco Faccio (1840-1891), il cui nome ricorre nei discorsi dei suoi odierni concittadini pressoché esclusivamente per indicare un tratto di circonvallazione particolarmente trafficato. È da credere infatti che solo i più attenti cultori di teatro musicale ricordino il prestigio e la qualità della sua opera di compositore, letterato e soprattutto direttore d’orchestra (tra i favoriti di Giuseppe Verdi), esponente di rilievo della Scapigliatura milanese.
A porre rimedio all’oblio ingiusto, è da poco nei negozi un preziosissimo dvd edito da C-Major, che conserva una bellissima rappresentazione della sua opera Amleto (1865; seconda versione 1871), allestita nell’estate del 2016 al Festival di Bregenz. L’occasione è imperdibile per poter conoscere un eccellente esempio di drammaturgia musicale ottocentesca, composta su libretto di Arrigo Boito e partecipe di quel revival shakespeariano che incise nella tradizione artistica italiana quale mediazione per la sperimentazione di nuovi principi drammaturgici.
Formidabile è il taglio narrativo del testo di Boito: da cinque atti si passa a quattro, con tagli e spostamenti di episodi operati con infallibile attenzione al racconto scenico, in cui il letterato non si limita a tradurre parafrasando la poesia del Bardo, ma la sottopone a una metamorfosi di condensazione alla luce della tradizione poetica italiana, segnatamente dantesca. In questo modo, lo Spettro del re di Danimarca si esprime in terzine, mentre abbondano parole ed espressioni di registro diverso, in una ricreazione del plurilinguismo di Dante che cerca anche l’effetto grottesco e beffardo, volutamente distante dal classico fiorentino alla Manzoni. E un uguale gusto per il contrasto esplicito è rilevabile nella musica di Franco Faccio, raffinata nell’orchestrazione e scolpita nel recitar cantando, che rileva per tutti i personaggi principali del dramma psicologie approfondite, incarnate in melodie ora dolci e suadenti, ora tese e concitate oppure scabre e rocciose, assecondando il plot con un’adesione allo spirito shakespeariano sorprendente. Così, troviamo autentica intensità tragica in alcuni momenti forti della vicenda, quando per esempio Amleto medita sullo sfondo di una festa di corte, oppure nell’elegia accorata della marcia funebre per Ofelia del IV atto: del resto, il pregio maggiore dell’opera ci sembra risiedere proprio nella nerissima aura macabra nella quale le volute orchestrali e alcuni intensi concertati riescono a sprofondare tutto l’ordito scenico. Uno Shakespeare rivissuto sotto forma musicale in modo compiuto e rivelatore, con più di un tocco magistrale, tra i quali la canzone di Ofelia Ma quando sarem giunti al camposanto, dove il concorso tra i versi e la musica crea una forma organica parola-suono-colore di rilevata qualità sinestetica, come se gli autori avessero voluto plasmare, dall’interno delle forme melodrammatiche tradizionali, quella fusione tra le arti che la Scapigliatura, sulle orme di Wagner come di Baudelaire, aveva quale punto programmatico fondante.
Nonostante il buon successo delle prime rappresentazioni, ben presto le tendenze conservatrici tipicamente italiane fecero sì che l’Amleto di Faccio sparisse dal repertorio, e ci è voluto il lavoro musicologico di Anthony Barrese per arrivare ad un’edizione critica che fosse possibile eseguire: è già accaduto tre volte in tre anni, dal 2014, in America e appunto in Austria. Chissà che non si muova anche Verona.

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