Pentagrammi
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Boito, poliedrico innovatore a cento anni dalla morte

È con una dichiarazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, diffusa il giorno 10 giugno, che si aprono ufficialmente le celebrazioni per il centenario della morte di Arrigo Boito (1842-1918)...

Parole chiave: Pentagrammi (30), Mario Tedeschi Turco (14), Arrigo Boito (1), Centenario (4)

È con una dichiarazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, diffusa il giorno 10 giugno, che si aprono ufficialmente le celebrazioni per il centenario della morte di Arrigo Boito (1842-1918). Scrive il Presidente: “Ricorrono oggi i cento anni dalla morte di Arrigo Boito poeta, narratore, e compositore, presenza significativa nel contesto intellettuale fra la seconda metà del XIX e l’inizio del XX secolo. La passione per la musica e quella per la letteratura lo accompagnano […]”. Contestualmente, si forma il Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario, presieduto da Emilio Sala, docente di Drammaturgia musicale presso l’Università statale di Milano: capofila il Comune di Parma e l’Istituto per il Teatro e il melodramma della Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Si tratta di un evento di rilievo, dal punto di vista culturale, da valorizzare al massimo come segnale di una vitalità di studio e ricerca che, sarà bene sottolinearlo, costituisce una delle non poche spiccate qualità nazionali che vengono ammirate nel mondo.
Perché poi, indubbiamente, la figura di Boito merita una considerazione particolare. Pochi intellettuali come lui hanno contribuito a svecchiare la cultura italiana, sia nell’ambito poetico che in quello musicale, nella seconda metà del secolo XIX. Come aveva insegnato Madame de Staël ancora agli inizi dell’800, il problema dell’Italia è l’eccessivo attaccamento al proprio passato, all’idea di una classicità intangibile, che passa dai latini, ai medievali e rinascimentali, da tenere come paradigma assoluto. Arrigo Boito invece, conscio dei movimenti radicalmente innovativi dell’Europa contemporanea, non esita a portare in un’Italia ancora un po’ provinciale quei fermenti nuovi che già da decenni avevano illustrato la migliore poesia continentale: l’irrazionale, il fantastico, il gotico, l’orrore, e ancora l’angoscia esistenziale e lo spleen di Baudelaire, soprattutto. Ne nasce un’esperienza non sempre significativa, poeticamente (troppo “derivativa” in molti casi), ma invece essenziale da un più ampio punto di vista estetico. Che non a caso trova nel teatro musicale la sua forma perfetta. Boito è il genio assoluto della scrittura librettistica, in primo luogo: il suo lavoro per l’Amleto di Franco Faccio, per la Gioconda di Ponchielli, oltre che per Otello e Falstaff di Verdi danno conto di una sapienza di previsione musicale, nel verseggiare, che porta lo stesso Verdi a una revisione dei propri principi drammaturgici, giungendo con le due estreme opere da Shakespeare a un ripensamento del suo stile che è allo stesso tempo un ponte edificato per il futuro del dramma musicale, non solo italiano. Ma anche la musica scritta da Boito per il Mefistofele, fatto e rifatto, oppure per l’incompiuto Nerone (un miracolo di rievocazione storica, quest’ultimo, assolutamente da recuperare) danno testimonianza di uno stile in cui le peculiarità narrative dello strumentale, il superamento dei numeri chiusi verso un recitar cantando moderno, realistico e di formidabile introspezione psicologica, restano ancor oggi un unicum musical-drammatico da conoscere nella contemporaneità scenica. La qual cosa è prevista in vari teatri del mondo: a noi piacerebbe, per Verona (lo abbiamo già scritto), un allestimento dell’Amleto musicato dal concittadino Franco Faccio, appunto sul magnifico libretto boitiano. Sarebbe una doppia occasione (tripla, se pensiamo a Shakespeare, cui la nostra città è così legata), di quelle da non perdere…

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