Pentagrammi
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Il pianista Armstrong fa rivivere la musica di Bull e Byrd

“Gli storici cercano di ricostruire quello che è accaduto nel passato; i musicisti cercano di far accadere qualcosa oggi”. Questa frase di Richard Taruskin, uno dei più influenti musicologi del nostro tempo...

Parole chiave: Kit Armstrong (1), Pianista (1), Pentagrammi (36)

“Gli storici cercano di ricostruire quello che è accaduto nel passato; i musicisti cercano di far accadere qualcosa oggi”. Questa frase di Richard Taruskin, uno dei più influenti musicologi del nostro tempo, ci è venuta in mente ascoltando il doppio cd edito da Deutsche Grammophon William Byrd - John Bull. The Visionaries of Piano Music, nel quale il pianista Kit Armstrong propone una ricca silloge di brani dei due musicisti inglesi, vissuti tra il 1500 e il 1600. La scelta di eseguire musiche scritte originariamente per una tastiera dal suono assai diverso dal pianoforte moderno (virginale, clavicordo o clavicembalo), sempre problematica, trova in questo disco una realizzazione di gran pregio proprio perché Armstrong non vuole fare lo storico e anziché tentare l’impossibile “tocco clavicembalistico” (cioè suono secco, niente pedale, niente sfumature dinamiche), accetta totalmente le peculiarità della tastiera moderna e le sfrutta – da musicista – secondo quanto possano offrire oggi alla nostra sensibilità, in termini di nuances, e quindi quale timbro, colori, risonanza, suono puro.

La musica di John Bull (1562-1628) è estremamente complessa dal punto di vista polifonico e di conseguenza difficile da ascoltare nelle sue strutture, nella sua forma di volta in volta austera perché ispirata alla musica liturgica, ovvero danzante o schiettamente melodica perché modellata in variazione di motivi popolari. Armstrong ce la restituisce freschissima, abitata da un gusto melodico che il pianista americano di origini taiwanesi dosa con equilibrio, non rinunciando mai al canto vero e proprio: in questo senso, le risorse del pianoforte esaltano i brani in quanto essi hanno da dire come espressione modernamente intesa, sia per pathos sia per attitudine a far udire le varie linee motiviche interne al testo. Le quali, se con uno strumento della famiglia dei clavicembali apparirebbero senz’altro più appropriate quanto a intenzionalità sonora, con il pianoforte restituiscono una possibilità di conoscenza architettonica che alla fissità degli strumenti antichi non è concessa. In altre parole, se con il virginale i ritmi sovrapposti, o a note ribattute, o ancora in organizzazioni complesse, possono risuonare con maggior vigore, è solo con il pianoforte che quella stessa energia cinetica si trasforma da una parte in dimensione lirica, dall’altra in trasparenza e nitore, capaci di portare in primo piano le voci nascoste della scrittura.

Lo strumento “cantante” di Armstrong appare ancora più appropriato per la musica proposta di William Byrd (1543-1623), massimo tra i musicisti inglesi dell’epoca soprattutto nella musica liturgica, cattolica e anglicana. Le differenze di stile che si rilevano rispetto a Bull consistono proprio nella dimensione eminentemente vocale della sua cifra poetica: più melodia, meno impeto anche nelle serie di danze, le quali paiono essere in prima istanza lo spazio del cantabile pur nelle forme del movimento astratto. Una peculiarità che si invera soprattutto nell’arte della variazione su un tema, il quale ritorna sempre melodicamente uguale laddove a cambiare sono i contrappunti che lo accompagnano. Ed ecco dunque Armstrong in un continuo cambio di tocco sui tasti, tocco che quei contrappunti sempre cangianti esalta e porta all’attenzione dell’ascoltatore come nessuno strumento antico potrebbe fare, amplificando il mélos come in un’eco di incessante varietà. Davvero “visionaria”, come suggerisce il titolo di un disco originalissimo.

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