Attualità
stampa

Jazzisti da settant’anni: il duo che si è sempre sentito Perdido

di ADRIANA VALLISARI
La storia di Gianni Romano e Sabù Bresciani, pietre miliari del jazz veronese 

Jazzisti da settant’anni: il duo che si è sempre sentito Perdido

di ADRIANA VALLISARI
Hanno sentito per la prima volta il jazz uscire dalle tende dei soldati americani, che lo ascoltavano col grammofono durante la Liberazione dell’Italia dal regime nazifascista. Hanno persino visto suonare dal vivo Louis Armstrong al Teatro Nuovo, nel 1952, infilandosi di straforo nella platea. Si sono innamorati di questa musica nuova – e dirompente, per gli standard dell’epoca – che per loro è diventata la passione di una vita. Gianni Romano, classe 1931, e Giannantonio Bresciani, classe 1932, sono due storiche colonne del jazz nostrano. Pianista e banjoista il primo, trombettista il secondo, hanno superato entrambi i 90 anni e ancora suonano: sono l’anima dell’Original Perdido Jazz Band, la più longeva delle formazioni jazzistiche veronesi, fondata nel 1950. Quando nacque, manco a dirlo, loro erano lì; e vi sono rimasti fino ad oggi, mentre la compagine via via si rinnovava. Servirebbe l’intero giornale per contenere tutte le imprese di questi due signori d’altri tempi. Mettiamo le mani avanti: qui proviamo a fare sintesi, ma invitiamo chiunque fosse curioso a conoscerli dal vivo, assistendo a una delle esibizioni della Perdido.
Fu amore al primo ascolto
«Tutto cominciò con l’arrivo delle truppe americane nel 1945, che ci fecero conoscere un nuovo tipo di musica, sia attraverso i film ma soprattutto con i V-disc, i “dischi della vittoria”, delle incisioni destinate ai militari statunitensi impegnati nella Seconda Guerra mondiale», iniziano a raccontare. «Fu così che venimmo a conoscenza dei più grandi jazzisti americani, come Louis Armstrong, Benny Goodman, Count Basie, Lionel Hampton, solo per citarne alcuni, e delle grandi orchestre swing degli anni Trenta, fino all’euforico boogie woogie». All’epoca Gianni Romano abitava a Borgo Trento, in viale Nino Bixio, e frequentava il liceo scientifico Messedaglia, per gli studi che lo portarono poi a diventare ingegnere. «Provenivo da una famiglia di musicisti: la mamma suonava il pianoforte, mentre mio padre, impiegato in Comune, era professore d’orchestra in Arena; il suo contrabbasso andò a fuoco durante il bombardamento del municipio, il 4 gennaio 1945, e quella per fortuna fu l’unica perdita che avemmo durante la guerra», rammenta. La passione per la musica la respirò in casa: «Però non volevo fare il musicista, perché i miei ripetevano che con la musica si moriva di fame... Imparai a suonare il pianoforte per diletto, all’inizio del ’45». Mentre studiava, tirandosi dietro i libri anche nel rifugio antiaereo di via Mameli, dove oggi c’è l’Hotel Italia, Romano iniziò presto ad assaporare un po’ di jazz. «Nel 1944 venivano a suonarlo di nascosto a casa nostra alcuni amici di mia sorella maggiore: rimasi folgorato da Polvere di stelle (Stardust) – prosegue –. Era proibito suonare canzoni americane, allora era considerato anti-patriottico; ma mentre Benito Mussolini faceva i discorsi contro gli Usa, intanto il figlio Romano diventava un jazzista di fama, tanto che nel 1995 lo avemmo ospite a Verona… Ma questa è un’altra storia ancora».
Il 25 aprile e un grammofono tedesco...
Poi arrivò il 25 aprile. «Vidi i tedeschi scappar via con i carri verso nord, dopo aver fatto saltare i ponti; con mio fratello andammo al Platzkommandantur di via Vincenti, nella collina sopra San Giorgio, dove noi giovani recuperammo gli oggetti abbandonati dai tedeschi in ritirata, tra cui un grammofono», continua. L’incontro decisivo con Giannantonio Bresciani avvenne nel 1947, davanti ai fèri dell’Arena, luogo che i ragazzotti della città usavano per socializzare. «Avevamo 16 anni, si parlava soprattutto di ragazze e di musica», sorride Romano. «Mi presentò un suo amico, Gianni “John” Vidali, che era stato sfollato nell’Est veronese durante la guerra e lì aveva conosciuto da vicino un’armata di soldati americani, imparando l’inglese da loro», ricorda. Il trio Romano-Bresciani-Vidali iniziò a cullare il sogno di suonare questo tipo di musica, così diversa da quella dell’epoca (imperversavano Nilla Pizzi e Luciano Taioli, per rendere l’idea). Recuperando qualche raro spartito e consumando i V-disc – fra i quali c’era un pezzo meraviglioso, Perdido street blues, fonte di ispirazione per la compagine, il cui nome ricalca una delle vie di New Orleans, la Perdido Street –, nel 1950 iniziarono a dar forma a un piccolo complesso, la Perdido appunto, che ricalcava lo stile Dixieland degli eroici anni Venti americani. Ad animare col ballo le prime uscite della band era un vicino di Vidali, che risiedeva in zona Duomo e con maestria faceva volare in aria le ragazze: era il futuro architetto Rinaldo Olivieri, autore della cometa in piazza Bra...
Tutta un’altra musica!
«Al tempo io suonavo il “casù”, sa cos’è?», chiede Giannantonio Bresciani, estraendo da una custodia un minuscolo strumento musicale. «Il nome deriva dal francese canne à sucre, canna da zucchero, usata per la sua forma tubolare: un foro centrale chiuso da carta velina vibrava con la voce del suonatore e produceva un suono simile al sassofono», illustra tenendone in mano uno, in plastica. All’epoca Bresciani, dotato di un orecchio musicale innato, non suonava ancora la tromba, che divenne presto lo strumento della sua vita. «La prima tromba la comprai a San Zeno, da Brizzi, un ferramenta vicino alla basilica che vendeva di tutto, dalle pentole ramate agli strumenti musicali – racconta –. Gli chiesi una tromba e me ne fece vedere una di latta, usata: “Senta, io soldi non ne ho perché sono uno studente, però se costa poco...”, gli dissi. Me la diede per 100 lire». Era il 1952, quella fu la prima delle sue 8 trombe; per imparare a suonarla, Bresciani si esercitava su una nota al giorno, nella casa di famiglia in via Amatore Sciesa, senza badare troppo alla tecnica. Mamma Elvira, che suonava il pianoforte e cantava, insisteva perché prendesse lezioni, ma lui si rifiutava di studiare, continuando a sfruttare il suo incredibile orecchio. «Se non trovavo il tempo durante la giornata, mi svegliavo un’ora prima; ogni settimana, poi, ascoltavo sulla radio di mio papà Bruno l’Hot club de France e la passione cresceva». Col gruppo di amici, ogni occasione era buona per esibirsi: dalla festa delle matricole all’Università di Padova al concerto di carnevale al Teatro Nuovo, nel 1952, fino alle uscite davanti a mille studenti veronesi, nel 1954, nell’albergo Lorenzino, in Riva San Lorenzo, e in sala Boggian a Castelvecchio, solo per citare alcuni bagni di folla. Il jazz era assai di moda e in molte università italiane sorgevano club studenteschi che proponevano questa musica. «Ci divertivamo da matti: gli altri leggevano, io andavo a memoria e improvvisavo», sorride Giannantonio, per tutti “Sabù”, nome di un famoso attore indiano dell’epoca a cui assomigliava, essendo abbronzatissimo perché appassionato di nuoto (e così si spiega il fiato...).
Quando a Verona venne Armstrong
Inevitabile che l’allegra compagnia provasse a intrufolarsi al concerto dell’immenso trombettista Louis Armstrong, tra i più famosi musicisti jazz del XX secolo. Venne in tournée in Italia tre volte: nel 1935, nel 1949 e nel 1952. Proprio nel ’52, gli amici della neonata Perdido Jazz Band fecero una pazzia. «Sopra il cortile della casa di Giulietta e Romeo c’era una terrazza che portava al Teatro Nuovo, dove si esibiva il nostro idolo – rievocano –. Avevamo vent’anni e, senza pensarci troppo, ci arrampicammo e facemmo un bel salto, entrando abusivamente in teatro: fu un’emozione straordinaria, Armstrong lo adoravamo». Mentre la passione per la musica cresceva, le rispettive famiglie spingevano affinché questi giovanotti s’impegnassero negli studi. Dopo il liceo classico, Bresciani si iscrisse alla facoltà di Chimica, laureandosi nel 1957 a Bologna. «Se fai il musicista in Italia muori di fame, mi ripeteva mio papà», rammenta (per fortuna qualcosa è cambiato, perché il figlio, Vittorio Bresciani, è diventato un pianista e direttore d’orchestra di fama mondiale, ndr).
Da New Orleans all’Adige
Con gli impegni universitari prima e lavorativi poi, la Perdido si congela. Non la passione per il jazz, che sboccia nuovamente negli anni Ottanta, quando la band viene rifondata col nome di New Perdido Jazz Band. «Ho affrontato 18 traslochi e viaggiato in tutto il mondo per la Shell e poi per l’Eni, di cui sono stato dirigente industriale – tira le fila Bresciani –. Ho vissuto a Milano, Ginevra, Londra e Roma e quand’è arrivato il momento della pensione, nell’89, ho scelto di tornare a Verona, ritrovando i vecchi amici e impegnandomi nella musica e nel volontariato culturale e sociale». Con la Perdido, Bresciani e Romano, amici da 76 anni, hanno condiviso un altro pezzo di vita assieme, esibendosi in palcoscenici prestigiosi, dal nostro Teatro Romano fino a Roma, ma pure all’estero, in Svizzera, Spagna e Francia; a Verona hanno suonato persino con Earl Hines, l’ex pianista di Armstrong, e col figlio di Nick La Rocca, altro grande nome del jazz. E hanno vissuto tutte le evoluzioni della band fino all’assetto attuale, che conserva immutata la formazione del Dixieland originale (pianoforte, banjo, tromba, batteria, contrabbasso, trombone, clarinetto e voce). «Il jazz aggrega: noi continuiamo a divertirci e a tenere accesa la fiamma per trasmetterla agli altri, anche se i giovani di oggi sono affascinati da sonorità del tutto diverse», conclude Romano. «Il jazz sgorga dal cuore, d’altronde affonda le sue origini nella musica densa di spiritualità degli schiavi africani nelle piantagioni della Louisiana: sarebbe bello se il jazz entrasse nelle chiese», auspica Bresciani. Finora è accaduto per alcuni funerali. Per questi due monumenti viventi, «la vita senza la musica sarebbe un film muto». Loro, quella portata dagli americani quasi ottant’anni fa, continuano ad avercela in testa e nel cuore. Chapeau. 

Tutti i diritti riservati
Jazzisti da settant’anni: il duo che si è sempre sentito Perdido
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento