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Gli uiguri, schiacciati dai cinesi e dai loro interessi

Roma e Pechino non sono mai state così vicine. A marzo di quest’anno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente cinese Xi Jinping hanno firmato l’accordo per la “Nuova via della seta”...

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Roma e Pechino non sono mai state così vicine. A marzo di quest’anno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente cinese Xi Jinping hanno firmato l’accordo per la “Nuova via della seta”. Grazie al patto, l’Italia è diventata il primo Paese europeo a prendere parte al piano infrastrutturale da un bilione di dollari che mira a rafforzare la connessione tra la Cina e il Vecchio continente. Gran parte delle opere legate al progetto (strade, ferrovie, gasdotti, ecc.) partono dalla provincia nord-occidentale di Xinjiang.
Si tratta di un’area di importanza strategica per Pechino, non solo per la posizione geografica a ridosso dell’Occidente ma anche per la ricchezza di risorse naturali: la regione ospita il 40% delle riserve di carbone del Paese e il 20% dei giacimenti di petrolio e gas. Da secoli, in questa terra, vivono gli uiguri, un gruppo etnico di religione musulmana imparentato con i popoli del Kirgizistan e dell’Uzbekistan. Orgogliosi della propria indipendenza, gli uiguri si sono ribellati più volte al dominio di Pechino che, però, ha sempre risposto con la violenza.
Per aumentare il controllo sull’area ha avviato un programma di “ingegneria sociale”, incoraggiando la migrazione interna. Se nel 1945 gli uiguri erano l’83% della popolazione, oggi sono il 46%, mentre i cinesi di etnia Han sono passati dal 6 al 39%. Nel 2009, nella capitale Urumqi, è scoppiata una grande rivolta che ha causato più di 200 vittime. Gli uiguri, disposti a tutto pur di mettere fine alle discriminazioni a cui sono sottoposti, sono stati accusati di terrorismo. Il governo ha approfittato dell’episodio per stringere la minoranza in una morsa di ferro. Negli ultimi dieci anni sono state messe in atto una serie di politiche di “de-estremizzazione” e la provincia si è trasformata in uno Stato di polizia.
Oggi gli uiguri sono costretti a tagliarsi la barba, devono consegnare i propri cellulari ai checkpoint e vivono in abitazioni controllate dalle forze armate. Ma il volto più brutale della repressione è rimasto nascosto per anni. Dal 2017 il governo utilizza una serie di campi di internamento dentro i quali gli uiguri vengono imprigionati e costretti a subire violenze di ogni tipo. Qui sono obbligati ogni giorno a recitare la propaganda del partito comunista e a rinnegare pubblicamente la loro fede mussulmana.
Per anni la Cina ha negato l’esistenza di questi luoghi. Ma giornalisti ed esperti hanno portato a galla la verità raccogliendo le testimonianze di chi in quelle prigioni ha subito torture o assistito a massacri. Di fronte all’evidenza, la Cina ha cambiato posizione. Oggi ammette l’esistenza dei campi, ma li ha ribattezzati “centri di rieducazione”, necessari per combattere il terrorismo uiguro.
La verità è che per Pechino il controllo assoluto dello Xinjiang è un obiettivo da raggiungere a qualunque costo. I traffici commerciali con l’Europa sono troppo importanti perché i diritti di un qualsiasi popolo possano ostacolarli. E il governo italiano sembra pensarla allo stesso modo. Perché, dopo tutto, gli affari sono affari.

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