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Cuba, la fine della dinastia Castro non cambia molto

L’addio di Raùl, ma la dittatura rimane

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Cuba, la fine della dinastia Castro non cambia molto

A Cuba tutto cambia, senza che nulla cambi realmente. Nell’ottavo congresso del Partito comunista nazionale, che si è concluso il 19 aprile scorso, Raùl Castro – fratello di Fidel – ha ceduto il ruolo di segretario generale a Miguel Díaz-Canel, classe 1960. Il passaggio di consegne segna la fine del dominio della famiglia Castro sull’isola, 62 anni dopo la rivoluzione che ha spodestato il dittatore Fulgencio Batista. Quella che potrebbe sembrare una svolta storica per il Paese tradisce, in realtà, l’immobilismo di un regime dittatoriale che, nonostante i ritocchi, continua a rimanere uguale a sé stesso. Come precedentemente fatto da Fidel, Raùl Castro ha programmato il graduale ritiro dalla scena pubblica nei minimi dettagli. Già nel 2018 Díaz-Canel era stato nominato presidente di Cuba: il congresso del partito si è quindi svolto come da copione, senza lasciare spazio a nuove aperture e cambiamenti.
Díaz-Canel viene descritto dagli analisti come pragmatico, efficiente e soprattutto fedele ai dogmi del partito. Attorno alla sua figura si è progressivamente formata una nuova classe dirigente, la prima nata dopo la rivoluzione degli anni Cinquanta e la prima ad aver sempre vissuto sotto l’ala dei Castro. Gli esperti concordano nel considerare una svolta democratica a Cuba poco probabile nel medio-lungo periodo. I partiti di opposizione saranno sempre considerati fuorilegge, il potere sarà concentrato nelle mani del Partito comunista ed elezioni libere e trasparenti non sono all’ordine del giorno.
Se all’orizzonte non si intravedono grandi cambiamenti, è pur vero che negli ultimi anni qualcosa si è mosso. Dopo aver assunto la carica di presidente nel 2006 e di segretario del partito nel 2011, Raùl Castro ha promosso una serie di timide riforme. La morte di Fidel nel 2016 ha impresso una piccola accelerazione al processo: nel 2018 il governo ha modificato il modello di società da comunista a socialista ed è stata avviata una parziale apertura dell’economia statale a favore del settore privato. Di recente Díaz-Canel ha provato a introdurre alcune novità sul piano economico, la più importante delle quali, a gennaio, è stata l’eliminazione definitiva del sistema di doppia valuta pesos-Cuc che aveva provocato il proliferare del mercato nero e l’aumento delle diseguaglianze.
Il cambio di leadership arriva in un momento particolarmente delicato per il Paese. La crisi provocata dalla pandemia ha gravemente danneggiato l’economia cubana, che dipende fortemente dal turismo: l’anno scorso il Pil ha perso 11 punti percentuali. È il tonfo peggiore dal 1993, quando il crollo dell’Unione Sovietica aveva messo fine agli ingenti finanziamenti provenienti da Mosca. Le notizie che filtrano dall’isola confermano una generale carenza di generi alimentari, disponibili solo in quantità limitate nei supermercati gestiti dallo Stato. A pesare sulla congiuntura sfavorevole sono anche le pesanti sanzioni internazionali, inasprite dall’ex presidente americano Donald Trump. La Casa Bianca ha inoltre reinserito Cuba nella lista nera degli Stati sponsor del terrorismo insieme a Siria e Corea del Nord.
La crisi economica è arrivata nonostante il Paese abbia risposto con tempestività alla pandemia. Le misure adottate dal governo si sono rivelate efficaci e il sistema sanitario, completamente gratuito e considerato tra i meglio equipaggiati del continente americano, è riuscito a tenere testa alla diffusione del virus: i medici dell’isola hanno addirittura offerto il proprio aiuto ad altre nazioni nel mondo, compresa l’Italia. Cuba potrebbe inoltre essere uno dei primi Paesi in via di sviluppo a produrre un vaccino tutto suo contro il Covid-19. Il governo ha investito molto su questi progetti, sia per rilanciare il turismo internazionale, sia per diventare fornitore ufficiale di Paesi come Iran e Venezuela che, a causa delle sanzioni, non possono fare affari con l’Occidente.
Le buone performance sanitarie non sono comunque riuscite a placare il malcontento della popolazione. Negli ultimi mesi del 2020 la situazione sociale ed economica ha scatenato le proteste popolari più ampie degli ultimi decenni. A innescare le manifestazioni sono stati alcuni video postati sui social network che mostravano arresti e detenzioni violente operate dalla polizia. La diffusione di internet nel Paese, diventata più capillare grazie all’introduzione di connessioni via smartphone pochi anni fa, ha reso più difficile per il regime individuare e reprimere il dissenso. E anche se oggi gran parte degli organizzatori delle proteste sono stati arrestati dalle forze dell’ordine, le manifestazioni confermano che, nonostante l’immobilismo della classe dirigente, la società civile cubana è viva e in fermento.
Il cambiamento sull’isola potrebbe essere facilitato anche da nuovi equilibri internazionali. I sostenitori di una progressiva apertura del regime guardano al di là del golfo del Messico, nella speranza che l’aiuto arrivi dai nemici di un tempo: molti si aspettano che la nuova amministrazione statunitense guidata da Joe Biden cerchi di ricucire i rapporti tra i due Paesi. Per ora non ci sono indicazioni precise in merito, ma solo qualche indizio. A far propendere per questa ipotesi è il fatto che il neo-presidente americano sia stato referente per le questioni latinoamericane nella squadra di Barack Obama, compiendo 16 viaggi nella regione. Biden è stato inoltre tra i protagonisti dello storico riavvicinamento diplomatico tra Washington e L’Avana e conosce bene il dossier cubano.
A spingere la Casa Bianca all’azione potrebbero essere anche questioni geopolitiche: nel corso degli ultimi anni, Cuba e la Cina hanno intrecciato relazioni sempre più solide. Le mire di Pechino, a un tiro di schioppo dalla Florida, non piacciono agli Usa.

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