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L’anima nera della Cina non ferma i nostri affari

Regime sempre più dispotico, ma l’Europa chiude gli occhi nel nome del business

Parole chiave: Business (1), Cina (11), Europa (32)
L’anima nera della Cina non ferma i nostri affari

Il Coronavirus non ferma l’ascesa al potere della Cina. L’anno nero della pandemia, che poteva segnare una pesante battuta d’arresto nel cammino verso l’egemonia globale, si è trasformato in un nuovo trampolino di lancio per le ambizioni di Pechino.
L’economia ha ripreso subito a correre
La conferma arriva, innanzitutto, dall’economia. Dopo il crollo di inizio 2020, la Cina ha ripreso a correre con un ritmo addirittura superiore rispetto all’era pre-Covid: è stata l’unica potenza al mondo a far registrare un incremento del Pil su base annua (+2,3%). Se nel primo trimestre 2020 il prodotto interno aveva fatto segnare un -6,8% (complici le pesanti misure di lockdown), il secondo trimestre si è chiuso a +3,2%, il terzo a +4,9% e il quarto a +6,5%, con un’espansione maggiore rispetto a quella dello stesso periodo del 2019 (+6%). Secondo gli economisti il rimbalzo poggia su basi solide, dalla ripresa della produzione industriale all’incremento delle vendite al dettaglio. Nonostante la guerra commerciale con gli Stati Uniti, il Dragone ha chiuso l’anno con un surplus commerciale record di 535 miliardi di dollari, il più alto dal 2015: solo nel mese di dicembre le esportazioni sono aumentate del 18% rispetto allo stesso mese del 2019.
Già nel 2028 il sorpasso degli Usa
Questi numeri hanno portato gli esperti del Centre for Economics and Business Research (Cebr) a concludere che già nel 2028 la Cina diventerà la più grande economia del mondo, scalzando gli Stati Uniti con cinque anni d’anticipo rispetto alle precedenti previsioni. A fare la differenza sono le traiettorie di recupero che hanno imboccato i due Paesi dopo la pandemia.
A differenza di quanto accaduto negli Usa, la gestione rigorosa e tempestiva del Covid-19 in Cina ha interrotto rapidamente le catene di contagio e permesso la riapertura delle fabbriche nella tarda primavera del 2020. Il Pil del Dragone è destinato a un incremento medio del 5,7% all’anno dal 2021 al 2025, prima di rallentare a un soddisfacente +4,5% dal 2026 al 2030. Nonostante il forte rimbalzo post-pandemico previsto per il 2021, la crescita americana dovrebbe invece rallentare all’1,9% tra il 2022 e il 2024, per poi scendere a +1,6% negli anni successivi.
La fabbrica del mondo
sforna-mascherine
Nel 2020 la Cina ha confermato ancora una volta il ruolo di indispensabile “fabbrica del mondo”. In dodici mesi sono stati prodotti ed esportati 224 miliardi di mascherine (si calcola che ogni abitante della Terra abbia ricevuto 40 mascherine made in China), 2,3 miliardi di tute protettive, 271mila ventilatori per la rianimazione e un miliardo di kit per i test rapidi. Il valore totale dell’export per combattere il Covid-19 ha sfiorato quota 70 miliardi di dollari, circa il 2% delle merci spedite all’estero nel 2020.
La “diplomazia della mascherina” ha inoltre permesso a Pechino di consolidare le proprie relazioni con i Paesi di mezzo mondo (Italia compresa), facendo passare in secondo piano le inadempienze che hanno permesso la circolazione del virus a Wuhan. Sul piano interno la propaganda del Partito comunista ha trasformato il “momento Chenobyl” – dal disastro nucleare che nel 1986 distrusse la residua credibilità del regime sovietico – in un nuovo sussulto di orgoglio nazionalista: la narrazione a reti unificate imposta dalle autorità ha convinto la popolazione che l’epidemia sia arrivata dall’estero e si sia diffusa durante i giochi militari di Wuhan dell’ottobre 2019.
Trattato commerciale con la silente Ue
Il 30 dicembre 2020 Pechino ha, infine, messo a segno uno dei più importanti trattati commerciali e geopolitici del secolo: dopo 35 meeting e sette anni di negoziati, la Cina e l’Unione Europea hanno trovato l’intesa per un accordo globale sugli investimenti (Comprehensive Agreement on Investment o Cai) in grado di dare vita a un unico contesto legale tra i due blocchi, sostituendo di fatto i 26 trattati bilaterali oggi in vigore.
Il patto garantisce agli investitori europei l’accesso – come mai prima d’ora – a diversi settori del mercato cinese come le telecomunicazioni, la finanza e il mercato di automobili elettriche e ibride. L’accordo mira a rafforzare ed estendere la cooperazione economica, perseguendo il tanto agognato regime di reciprocità tra Pechino e Bruxelles.
D’altro canto, con questa mossa, la Cina punta ad accrescere la propria influenza sull’Occidente, con importanti ricadute geopolitiche oltre che economiche. L’accordo assume una particolare importanza strategica perché proprio nel 2020 il Dragone è diventato il primo partner commerciale dell’Ue, scalzando gli Stati Uniti.
Washington e il nuovo presidente eletto Joe Biden hanno fatto sapere di non aver gradito l’intesa, che temono possa essere il primo passo verso un vero e proprio trattato di libero scambio: il nuovo asse Pechino-Bruxelles rischia di allargare le crepe dell’alleanza transatlantica, già provata da quattro anni di trumpismo e di ridisegnare di fatto gli scenari internazionali.
Repressione, carcere
silenziamento dei media
Ripensando ai fatti recenti, tornano in mente le parole pronunciate dal presidente Xi Jinping negli auguri alla nazione del 31 dicembre: “Il 2020 per la Cina è stato un anno straordinario”. I successi sono però arrivati a caro prezzo: è il lato oscuro dell’ascesa del Dragone. Per Pechino il 2020 non è stato solo gestione rigorosa della pandemia, crescita economica e nuovi accordi commerciali, ma anche repressione violenta del dissenso pro-democrazia a Hong Kong, incarcerazione di migliaia di musulmani uiguri nello Xinjiang, mancato rispetto dei diritti di milioni di lavoratori, espulsione dei giornalisti americani, silenziamento sistematico di ogni dissenso interno. Per non parlare della libertà religiosa.
Con la firma del Cai, l’Unione europea ha scelto di chiudere gli occhi su queste realtà, in cambio di nuovi vantaggi economici. Le conseguenze, però, potrebbero rivelarsi pericolose. Negli ultimi settant’anni i Paesi occidentali hanno beneficiato del fatto che la potenza egemone fosse una democrazia; se la Cina scalzerà presto gli Stati Uniti, i regimi liberali rischieranno di subire un duro contraccolpo.
Sostituire Washington con Pechino?
Pechino ha già ampiamente dimostrato di non avere scrupoli nell’usare lo strapotere economico come arma strategica per raggiungere i propri scopi: accrescere la dipendenza economica dalla Cina significa lasciare campo libero alle pressioni dell’autoritario presidente Xi Jinping. Per ora Bruxelles è sicura di poter tenere testa al Dragone e spera di favorirne la transizione democratica a colpi di mercato, capitalismo e accordi di libero scambi; la storia però potrebbe trasformare questa convinzione in una pia illusione, con esiti imprevisti per le democrazie occidentali.

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