Papa Francesco
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L’umanizzazione urbanistica delle città non può aspettare

L’enciclica di papa Francesco “sulla cura della casa comune” riveste una valenza storica, non tanto per la novità del tema trattato, ma per la proposta di un’ecologia integrale (cap. IV) e il riferimento esplicito a molte risultanze scientifiche...

Parole chiave: Tira (1), Laudato si' (21)

L’enciclica di papa Francesco “sulla cura della casa comune” riveste una valenza storica, non tanto per la novità del tema trattato, ma per la proposta di un’ecologia integrale (cap. IV) e il riferimento esplicito a molte risultanze scientifiche.
Non è mistero lo scetticismo con cui anche negli ambienti ecclesiali si sono spesso trattate queste tematiche, forse per l’eccessiva preoccupazione di vedersi accomunati ad alcuni movimenti ambientalisti che certamente negli ultimi decenni hanno sottolineato solo alcuni aspetti della vasta e complessa tematica. L’ecologia integrale mette assieme in modo originale e profetico le interrelazioni tra i mali della casa comune e quelli della società e dell’economia, supera in radicalità molti documenti recenti e molte normative ed esprime una preoccupazione profonda per le sorti della maggior parte dell’umanità.
Facendo diretto riferimento alle risultanze di discipline non teologiche, il Papa dà loro una dignità inconsueta e stimola i ricercatori a continuare nel loro lavoro “con ampia libertà accademica” (più volte richiamata, cfr., per esempio, 140). Il Pontefice non teme quindi di schierarsi (cfr. 161), pur rispettando le posizioni articolate e non definitive della scienza e della tecnica, e richiama molte volte la necessità dell’etica in un’epoca in cui la tecnica sembra averla per sempre annichilita.
Nell’occuparsi di ambiente e dell’ambiente di vita degli uomini e delle donne, l’enciclica non trascura di occuparsi dell’ambiente urbano. Non è immediato e nemmeno diffuso nei documenti in materia ecologica presentare una lettura non superficiale dei mali delle nostre città e delle conseguenze sugli essere umani. Il Papa usa un linguaggio disciplinare corretto, espressioni chiare e semplici tratte da un modo di esprimersi diretto cui da tempo ci ha abituati. Certamente riecheggiano nel testo e nelle citazioni i luoghi di origine, l’esperienza dei Paesi del sud del mondo, l’immagine delle megalopoli sedi di contrasti solo in parte noti in Europa. Sono richiami salutari per chi come noi ha una visione molto centrata sulla parte ricca del mondo!
Una trattazione così profonda, non dando risposte disciplinari, offre però i confini e i riferimenti solidi per trovarle, quindi ha un valore ancora maggiore perché lascia a tutti – nella logica evangelica – la responsabilità piena delle proprie scelte.
Alcuni stimoli sono ampio oggetto di dibattito disciplinare, altri appartengono maggiormente alla tradizione magisteriale: tutti sono però ugualmente importanti.
L’originale definizione della “noia” dell’architettura ripetitiva delle case “in serie” (113): una definizione quanto mai azzeccata, che interroga la capacità progettuale, nel difficile equilibrio tra densità urbana e tutela delle aree non costruite!
L’interdisciplinarietà (150): non si possono comprendere le città senza il contributo di altre scienze oltre all’urbanistica. Da tempo è un fatto consolidato, ma non a sufficienza praticato.
La partecipazione della popolazione insediata alle scelte urbanistiche (150): tema molto dibattuto, ma talmente sfidante da mettere in crisi il concetto stesso di formazione del consenso democratico.
L’estetica urbana (151): la bellezza che salverà il mondo… se il mondo riuscirà a conservare la bellezza! La finanziarizzazione del processo edilizio, ovvero il ciclo che lega le trasformazioni urbanistiche al profitto che generano, ha spesso annullato la qualità che molte città del passato ci hanno tramandato.
La città accogliente (152), che crea relazioni, che consente il riconoscimento dell’altro, che integra le differenze. Sfuggiamo volentieri da questo stimolo, preoccupati più che occupati dalla presenza del diverso, che si riflette anche nel modo di costruire e soprattutto di vivere le nostre città.
La qualità della vita legata al modo di muoversi (153): un richiamo alla mobilità sostenibile, tema molto praticato nella disciplina, ma tra i più critici a livello di consenso democratico.
La salvaguardia del patrimonio costruito (143) e il riferimento al sistema di simboli che consolida l’identità (144).
Dopo tutto però, la vera sfida sta nell’applicazione della categoria del bene comune (156) alla gestione del territorio. Se il suolo è ormai riconosciuto patrimonio comune, sia per la necessaria disponibilità di aree per la produzione agricola, sia per la comune destinazione dei beni, tema caro alla Dottrina sociale della Chiesa, le modalità con cui conciliare i diritti delle proprietà private e la costruzione della città pubblica è il tema sempre aperto della gestione del territorio.
In questo ultimo punto si gioca la responsabilità di chi gestisce la cosa pubblica, si stimola la ricerca a trovare nuove strade, si spinge la collettività a riflettere sull’espressione del consenso per chi amministra.
Venuti meno i solidi riferimenti del passato, ancora validi per alcune latitudini, ovvero la città come risposta alla domanda di abitazioni, alla disponibilità di servizi, alla creazione di opportunità di lavoro e di progresso, alla domanda di relazioni che stimola la ricerca e la creatività, nel mondo ricco le domande di fondo sono la gestione della rendita fondiaria per il bene comune e l’ecologia integrale quale riferimento fondante dell’approccio alla trasformazione del territorio.
Non si tratta solo di valutare gli effetti ambientali di un processo di urbanizzazione, ma di riformulare le possibilità di sviluppo attorno alla sostenibilità delle scelte.
La tecnica urbanistica, disciplina relazionale, da troppo relegata alla mera contrattazione di bassa politica, ha ancora bisogno di ricerca e, come un faro, l’enciclica dà un riferimento anche ai pianificatori. Una piacevole scoperta, quasi inattesa, che rimette in relazione molti fattori apparentemente disgiunti, perché non siamo stati capaci di tenerli insieme.
Nella conclusione del punto 162 il Papa ammonisce: “Non perdiamoci ad immaginare i poveri del futuro, è sufficiente che ricordiamo i poveri di oggi, che hanno pochi anni da vivere su questa terra e non possono continuare ad aspettare”. Potremmo dire così sia anche per le città: non aspettiamo che la tecnologia risolva i problemi per il futuro, ma occupiamoci di umanizzare le città dell’oggi, perché non possiamo continuare ad aspettare!

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