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L’etimologia fa comprendere le parole

Marco Balzano
Le parole sono importanti.
Dove nascono e cosa raccontano
Einaudi - Torino 2019
pp. 100, euro 12

L’etimologia fa comprendere le parole

“Quando penso all’assenza assoluta dell’etimologia dalle scuole rimango stupito perché è una materia che si presterebbe benissimo all’insegnamento”. Scrive così, nell’introduzione a Le parole sono importanti. Dove nascono e cosa raccontano, Marco Balzano che, in cento pagine, tenta di individuare il significato primigenio di dieci vocaboli e le loro alterazioni. L’autore ha scelto termini di uso comune (confine, contento, divertente, felicità, fiducia, memoria, parola, resistenza, scuola, social), che appartengono a tutti gli italiani e, nello stesso tempo, sono universali.
È il caso di “parola”. I Romani, all’inizio, usavano verbum, analogo del greco logos, un lemma che non indica solo il nome (il vocabulum), ma tutto. Benché nella lingua italiana ne rimangano tracce in derivati come “diverbio”, “verbale”, “verboso”, col tempo questo sostantivo si è ritirato in un ambito più limitato. A confinarlo (“confine”: dal latino cum-finis, letteralmente il luogo dove si finisce insieme. “Mettere di fronte”, invece, è alla base del termine “frontiera” che, nell’inglese frontier, diviene l’estensione da conquistare) in un contesto esclusivamente religioso è stato il cristianesimo, che lo ha connotato come la parola rivelata che si fa carne (“Et Verbum caro factum est”, come si legge nel Vangelo di Giovanni). Lo spazio lasciato vuoto è stato così occupato da “parabola” (dal greco parabolé, avvicinamento, paragone) che, lentamente, è divenuta “parola”, un suono che opera un percorso da chi lo pronuncia a chi lo ascolta, perché non si parla a sé stessi, ma sempre a qualcuno (anche quando parliamo da soli).
Ogni parola, ci dice Balzano, ha un senso se è collegata alla realtà e ad una possibile verità. Se, al contrario, le parole sono concatenate per generare finzioni o alludere a cartografie sociali inesistenti, allora inquinano relazioni e valori, disegnando traiettorie dannose. Padroneggiare le parole nella loro storicità e non possederne solamente il guscio, vuol dire utilizzare un linguaggio consono, culturalmente significativo, dove i concetti giustificano ed esemplificano la propria e l’altrui visione del quotidiano.
L’etimologia consente dunque di combattere quella bulimia mediatica che pare muovere le parole verso il baratro della caduta di senso dove tutto si può affermare e ritrattare perché, in fondo, non esiste più una sintassi sociale condivisa. Però, ed è questo l’unico limite di questo interessante libro, Balzano non scrive che le parole hanno una forza debole rispetto alla materialità dei fatti perché, come sosteneva Mark Twain, “facts are stubborn things”, i fatti sono argomenti testardi. Ed è proprio per questo che sono importanti. Saperle mettere insieme, utilizzarle appropriatamente, lo è ancora di più. Conoscerne l’archeologia non è solo apprezzabile, ma pure utile. Soprattutto ad evitare che le parole vengano risucchiate nella decadenza del lessico coevo dei social.

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