Il Fatto di Bruno Fasani
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L’enfasi sul festival nasconde rughe e una certa pochezza

Il festival di Sanremo, colonna sonora di questi giorni infreddoliti, mi ricorda tanto la storia di quel contadino che, dopo ripetute grandinate che gli hanno distrutto i campi durante l’anno, sta investendo sull’ultimo raccolto per garantirsi di sopravvivere...

Parole chiave: Festival di Sanremo (1), Bruno Fasani (332), Il Fatto (424)

Il festival di Sanremo, colonna sonora di questi giorni infreddoliti, mi ricorda tanto la storia di quel contadino che, dopo ripetute grandinate che gli hanno distrutto i campi durante l’anno, sta investendo sull’ultimo raccolto per garantirsi di sopravvivere. Si giustifica solo così il bombardamento pubblicitario che da mesi ci sta accompagnando, in una marcia di avvicinamento che rischia di infastidire più che attrarre. Hanno cominciato con dosi mensili, come i vaccini anti-Covid, poi, via via è stato un crescendo di annunci. Nei telegiornali, in vari spot pubblicitari, nei programmi del palinsesto. Hanno tirato in ballo il mondo, affiancando al buon Amadeus un rassicurante Morandi, dalla chioma che sembra uscita dal pennello del Pinturicchio, per rassicurare il mondo dei boomer, ossia la generazione del boom che negli anni ’60 sognava di farsi mandare dalla mamma a prendere il latte. Ma giusto per allargare il target degli ascoltatori, non poteva mancare la Ferragni, l’ultima sirena a servizio del pecoronismo di massa. Una marmellata di comparsate, col botto finale di Zelensky, il nuovo mito di Abele, dove la musica e i cantanti rischiano d’essere soltanto il contorno di un menu per tutti i palati, come nelle trattorie per camionisti.
Auguro tanta salute al festival di Sanremo, purché si abbia l’onestà di non illudersi. La televisione generalista è in crisi come non mai, probabilmente avviata ad un declino senza ritorno. Il 2022, dopo una leggera ripresa del ’21 quando la gente stava a casa per il lockdown, ha iniziato una caduta che sembra inarrestabile. E non basta gongolare citando le percentuali di share, ossia di spettatori stimati in quell’ora e in quel programma. Perché dire che un programma ha fatto il 30% di ascolti può essere assolutamente fuorviante. Se la gente che guarda la Tv in quel momento è di 20 milioni, la percentuale ci dice che gli spettatori sono 6 milioni, ma se invece sono molti meno, anche la percentuale racconta un’enfasi non giustificata.
Più interessante domandarsi il perché di questa crisi. Certamente le cause sono molteplici. Metterei al primo posto l’abbondanza di offerta sul mercato, che ha tolto alla televisione e alla Rai, in quanto tivù generalista, quella condizione privilegiata di monopolio che l’ha accompagnata per lungo tempo. Oggi le moderne piattaforme digitali consentono di navigare verso i lidi più congeniali alla sensibilità personale. Netflix, Dazn per lo sport o un abbonamento a Sky offrono un ventaglio di scelte dove c’è solo l’imbarazzo della scelta. E senza dimenticare che oggi le nuove generazioni sono quanto mai scaltrite nel cercare nella loro strumentazione digitale l’accesso all’informazione e ai fatti di intrattenimento. A questo andrebbe aggiunto lo scadimento qualitativo dei programmi, dove più che la creatività e la fantasia del nuovo, sembra prevalere la preoccupazione di un’auto-rigenerazione di cariatidi dello spettacolo, sempre presenti nel loro plastico declino. Personaggi che ci ostiniamo a chiamare Vip, ma solo per incartare nella bugia delle parole la tristezza della realtà. Basteranno le milionate pubblicitarie (mai rese pubbliche) dell’Eni per salvare la baracca? Per ora sì, almeno per le casse. Di sicuro, a salvare Sanremo, non saranno le canzoni.

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