Il Fatto di Bruno Fasani
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Ammazzare le donne un problema culturale

L’ennesimo episodio di cronaca nera ci porta stavolta a Roma. Perfino a scriverne si prova disagio. È la storia di Sara, 22 anni, e di Vincenzo Paduano, che di anni ne fa 27, fino a poco tempo fa fidanzati felici. Una storia arrivata al capolinea, come spesso accade a questo mondo...

Parole chiave: Femminicidio (1), Il Fatto (367), mons. Bruno Fasani (19)

L’ennesimo episodio di cronaca nera ci porta stavolta a Roma. Perfino a scriverne si prova disagio. È la storia di Sara, 22 anni, e di Vincenzo Paduano, che di anni ne fa 27, fino a poco tempo fa fidanzati felici. Una storia arrivata al capolinea, come spesso accade a questo mondo. Solo che lui non si rassegna affatto e tanto meno accetta che lei possa essere di un altro. E così, nella sua mente bacata, matura la grande decisione. Sara non deve essere di nessuno. E così la raggiunge mentre sta tornando a casa, la obbliga ad accostare, poi le cosparge l’auto di benzina e appicca il fuoco. La ragazza fugge, ma lui la raggiunge, versa su di lei il liquido restante quindi, con un colpo di accendino, dà inizio all’olocausto. Sara tenta inutilmente di fermare qualche auto che le sfreccia accanto. Ma nessuno abbozza. Ancora una volta Pilato fa scuola.
Quello che resta tra le macerie di questa orrenda vicenda umana è presto detto. Qualche titolo di cronaca e poi i soliti dibattiti in Tv, con i soliti esperti, a dire le solite cose. Quanto basta per appagare la sete di giustizia emotiva di un pubblico ormai abituato a dosi quotidiane di horror e bisognoso di rassicuranti parole, che esonerano da un colpo di reni per cambiare rotta.
Perché è chiaro, cari lettori, che il problema non è più di qualche mente bacata, ma un problema di cultura collettiva. Siamo passati da una società che proponeva modelli di comportamento virtuosi ad un’atrache vede nell’autorealizzazione degli individui l’unico scopo per il quale vale la pena battersi. Il mio star bene come valore assoluto, dove l’atteggiamento trasgressivo risulta più intrigante ed affascinante di quello buono. Ad una visione obbligante della virtù è subentrata oggi la cultura della trasgressione e del vizio, come segno di emancipazione. Un’apparente libertà che si trasforma in progressiva prigionia del nulla, di quel nichilismo, dove non sappiamo più se esista ancora il bene e il male.
Scriveva Galimberti nel 2007 (I vizi capitali e i nuovi vizi): “I giovani, anche se non ne sono consci, stanno male… Il presente diventa un assoluto da vivere al massimo, non perché questo procuri gioia, ma per seppellire l’angoscia… In realtà se siamo in crisi è perché un ospite inquietante si aggira, il nichilismo, il quale penetra nei sentimenti e nei pensieri e cancella prospettive e orizzonti. Il disagio non è più psicologico, ma culturale”.
Se la diagnosi è attendibile, è chiaro che il rosario dei femminicidi è destinato a prolungarsi all’infinito sui grani di tanti Requiem aeternam. Ma è altrettanto chiaro che se il problema è un vuoto di coscienza che sta infettando la società, è tutta la società che deve mettere in atto gli anticorpi, dalla famiglia alla scuola, dalla Chiesa alla politica, dall’informazione all’arte. Tirarsene fuori, è come sfrecciare in macchina e tirare oltre, perché tanto non è affare nostro.

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