Il Fatto di Bruno Fasani
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Al male bisogna rispondere facendo soltanto del bene

Era solo qualche giorno fa, il giorno di Pasqua, quando ci arrivavano dallo Sri Lanka le immagini di un massacro contro i cristiani dai contorni sconvolgenti. Quasi trecento morti, uccisi in odio alla loro appartenenza a Gesù Cristo.

Parole chiave: Il Fatto (366), Bruno Fasani (287), Sri Lanka (5)

Era solo qualche giorno fa, il giorno di Pasqua, quando ci arrivavano dallo Sri Lanka le immagini di un massacro contro i cristiani dai contorni sconvolgenti. Quasi trecento morti, uccisi in odio alla loro appartenenza a Gesù Cristo. I dati ci dicono che solo nel 2018 i cristiani ammazzati a motivo della loro fede sono stati più di 4.300, ai quali bisogna aggiungere le centinaia di migliaia che vivono in condizioni di persecuzione. E quasi sempre, è amaro a dirsi, per opera di fondamentalisti islamici, che confondono Dio con la politica, anzi, che strumentalizzano Dio per le loro finalità politiche. Un ulteriore bagno di sangue che ha facilmente scatenato la parte più aggressiva di tanti cristiani, quelli fermi alla cultura di Lepanto, se non a quella antecedente delle Crociate. Forse basterebbe ascoltare le invettive di qualche frangia cattolica contro papa Francesco, colpevole di dialogare con l’islam, di lavare i piedi a carcerati musulmani e di baciarli agli infedeli che vengono dal Sudan per annunciare la pace, per capire quanto questa frangia sia determinata e aggressiva, incolpandolo d’essere incapace di rendere pan per focaccia, di rispondere al male con prove muscolari di chiusura e rifiuto.
Mi chiedo spesso quanto Francesco, che ha scelto il nome del gigante di Assisi, si ispiri a lui anche nel suo operare. Era il 1219 quando il grande santo volle recarsi tra i crociati accampati in Egitto per la conquista di Damietta. Vi arrivò con frate Illuminato. Gli diedero del pazzo una prima volta quando predisse la loro sconfitta da parte dei Saraceni, cosa che si verificò puntualmente. Poi una seconda volta quando disse che voleva incontrare il sultano Melek-el-Kamel. Perfino il cardinale Pelagio che stava arrivando con rinforzi di armi e uomini lo trattò da stolto incosciente. Francesco lasciò il campo dei crociati di buon mattino. I soldati saraceni lo catturarono e lo portarono in catene davanti al sultano. Francesco gli parlò di amore, di Gesù e della potenza del suo messaggio. Al sultano chiese di convertirsi, ma questi gli rispose che non poteva farlo in rispetto del suo popolo, ma fu talmente preso dal fascino di Francesco da chiedergli di restare accanto a lui per sempre.
Quando il povero di Assisi lo lasciò per tornarsene da dove era venuto, i suoi occhi grondavano lacrime, pensando al massacro che i cristiani avrebbero fatto di lì a poco. Quello non era Vangelo, quello non era ciò che aveva visto guardando a Gesù. Chi tra Francesco e i crociati abbia cambiato la storia è conclusione che ognuno tira da sé.
La via dell’amore lascia spesso l’impressione di giocare in perdita, ma non va mai dimenticato che il tempo, il quale è più grande dello spazio del presente, è galantuomo e porta sempre a frutto la seminagione iniziata.
Sempre che a ispirare il nostro sentire non siano altri vangeli, diversi da quello di Gesù Cristo. Allora anche un ministro che imbraccia un mitra, nel giorno di Pasqua, può costituire per qualcuno una buona novella rassicurante. Purché questo non serva per sentirsi ancora più cristiani.

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