Editoriale
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Famiglia sì ma a parole!

C’erano tutte le premesse per non fermarsi alle promesse. A cominciare dal titolo dal forte impatto mediatico: “Più forte la famiglia, più forte il Paese”. La terza conferenza nazionale sulla famiglia organizzata dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio si è da poco conclusa nella sala della Protomoteca del Campidoglio.

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C’erano tutte le premesse per non fermarsi alle promesse. A cominciare dal titolo dal forte impatto mediatico: “Più forte la famiglia, più forte il Paese”. La terza conferenza nazionale sulla famiglia organizzata dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio si è da poco conclusa nella sala della Protomoteca del Campidoglio.
Amministratori, soggetti istituzionali, rappresentanti di organizzazioni nazionali della società civile e organismi collegiali, i principali soggetti e referenti politici, insomma, c’erano tutti, e al più alto livello: dal Presidente del Consiglio, alla Presidente della Camera dei Deputati, dal Presidente dell’Inps al Presidente dell’Istat, c’erano ministri, ministre e sottosegretari. Tutti a confermare: «Più forte la famiglia, più forte il Paese».
Eppure non sono mancate le ambiguità più o meno ideologiche. La Boldrini l’ha detto subito introducendo i lavori: «Ormai in Italia non esiste più un solo tipo di nucleo famigliare. Anche la legislazione ha iniziato ad accorgersene». Ma allora non si capisce come mai le ‘altre famiglie’ siano state escluse dalla conferenza.
Non solo. Per la presidente della Camera (e Tito Boeri, presidente Inps) c’è anzitutto un mito da sfatare, ossia che «le donne non fanno figli perché lavorano. Mentre è vero il contrario: non fanno figli perché non hanno un lavoro. La crescita della famiglia, ossia della fecondità, dipende dal tasso di occupazione femminile».
Ne erano convinti anche i regimi comunisti del secolo scorso. Ma nessuno ha ancora dimostrato che un impiego sicuro e ben retribuito è una garanzia per avere molti figli. Le statistiche dicono il contrario: la maggior parte delle donne che non hanno figli oggi è perfettamente inserita nel mondo del lavoro. L’ultimo rapporto dell’Istat sulla povertà in Italia, inoltre, afferma che le persone che vivono in famiglie con cinque o più componenti, sono quelle più a rischio di povertà o esclusione sociale.
L’ambiguità è emersa anche in materia di investimenti e di bilancio, come ha confermato il sottosegretario Boschi: «C’è la possibilità di dare un segnale già nella legge di bilancio ... ma nei limiti che ci siamo detti. Immaginare ora una riforma strutturale non è realistico perché il governo è alla fine del suo mandato». Detto in altre parole: siamo già in campagna elettorale. Possiamo fare solo promesse. L’oscuramento mediatico dell’evento poi, è stato fin troppo ...vistoso. Insomma per questa politica la famiglia è e rimane un’associazione privata di volontariato. È qualcosa che a parole merita l’apprezzamento e gli elogi, ma resta un oggetto alieno, estraneo alla politica. Le priorità sono altre.
L’economista Charles Gave lo scrisse in un altro modo: “Chi non ha figli non ha la stessa visione del futuro di chi ne ha. Il futuro, per loro, si ferma alle prossime elezioni o … alla propria morte”. Troppi politici non hanno figli.
Eppure nonostante tutta questa miopia e ottusità della politica, dalle molte associazioni familiari è emersa una pluralità di proposte dove la parola chiave è stata: no all’assistenzialismo, sì alla responsabilizzazione e partecipazione. Le famiglie chiedono alla politica di superare la logica dell’emergenza a favore di interventi strutturali per favorire un nuovo spazio di cittadinanza. Insomma, la famiglia è il soggetto sociale che precede lo stato e ogni forma di rappresentanza: non la si inventa ma la si riconosce. Perché è un incontro di alterità. Perché è la scuola più educante, l’ospedale più vicino, l’ambiente in cui gli anziani vivono meglio. È il luogo della corresponsabilità: lo spazio ideale per educare e formare nuova classe dirigente.

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