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Brexit: la svolta e la sfida

È cambiata la mappa dell’Europa. Ciò che nessuno o pochi avevano previsto e preso sul serio, è avvenuto: il Regno Unito non solo si è diviso, ma ha diviso l’Europa. È un segnale dai molti effetti e significati. Una domanda su tutte: ma vale ancora la pena che i popoli e le nazioni d’Europa stiano insieme? Ci sono ancora buone ragioni per un bene che possa dirsi comune e condiviso?

Parole chiave: Editoriale (337), Renzo Beghini (59), Brexit (2)

È cambiata la mappa dell’Europa. Ciò che nessuno o pochi avevano previsto e preso sul serio, è avvenuto: il Regno Unito non solo si è diviso, ma ha diviso l’Europa. È un segnale dai molti effetti e significati. Una domanda su tutte: ma vale ancora la pena che i popoli e le nazioni d’Europa stiano insieme? Ci sono ancora buone ragioni per un bene che possa dirsi comune e condiviso?
Va preso atto che negli ultimi anni, politici, funzionari, governanti, banchieri, giornalisti hanno ripetutamente negato la realtà. Fin dal 2008, ossia dall’inizio della crisi economico-finanziaria, ci siamo sentiti ripetere parole rassicuranti sull’imminente ripresa che nessuno, però, ha mai visto davvero. E non si tratta di una questione solamente economica.
Nonostante i traguardi raggiunti, l’Unione Europea per molti è diventata un’istituzione astratta. Altro che comunità di popoli e nazioni. È divenuta una struttura meccanicistica e tecnocratica. Un progetto di burocrati sempre più lontano dalle preoccupazioni dei cittadini. Qualcosa d’impenetrabile, d’ingombrante e – manco a dirlo – di costoso. Il tutto aggravato anche dal fatto che, in numerose occasioni, i leader nazionali (per la verità, non solo) non mancano di attribuire all’Ue responsabilità per tutto ciò che non funziona.
Ed ora un referendum popolare l’ha detto chiaro: i problemi vanno presi sul serio. Se l’obiettivo dell’Europa sarà solo quello di sopravvivere, il suo destino è già scritto. Si sgretolerà pezzo a pezzo. È necessario rispondere subito e con proposte concrete alle paure inglesi e dell’Europa intera. Mi riferisco soprattutto alla disoccupazione dei giovani, alla gestione dell’immigrazione fuori controllo e alla questione della sicurezza legata all’emergenza terrorismo.
Però attenzione: per farlo l’Europa ha bisogno di una “visione”. Papa Francesco nel discorso al Parlamento europeo di Strasburgo, disse: «L’immagine che meglio descrive l’Europa e la sua storia è l’incontro tra cielo e terra. Il cielo indica l’apertura al trascendente e la terra rappresenta la sua capacità pratica e concreta di affrontare le situazioni e i problemi». Questa “visione” i greci la chiamavano “mito politico”. La Dottrina sociale la chiama “visione prospettica”. Si tratta in estrema sintesi delle buone ragioni (mai banali e mai ovvie) perché insieme è meglio che da soli. In altre parole, non possono essere le esigenze di bilancio o di finanza, ma la politica deve guidare e valutare lo sviluppo dell’Ue. Nel corso della sua storia l’Europa si è consolidata perché ha imparato a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale. La strada indicata da papa Francesco è quella di «un nuovo umanesimo europeo», un aggiornamento dell’idea di Europa, basato sulla capacità di integrare, di dialogare, di generare speranza. È la risposta alle paure inglesi. Per meno di questo, preso atto del voto inglese e in considerazione del costo complessivo che la macchina dell’Unione Europea richiede, stare insieme non vale la pena.

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