Condiscepoli di Agostino
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La volontà, ispirata o istigata, radice di bene e di male

Agostino è convinto che la volontà umana è stata creata buona da Dio, a servizio del bene, mentre la volontà cattiva è un difetto della volontà originaria: “Come sta scritto, Dio pertanto ha fatto l’uomo retto e per questo lo ha dotato di volontà buona… ma la prima volontà cattiva fu piuttosto un difetto rispetto all’opera, perché secondo se stessa, non secondo Dio…

Parole chiave: Sant'Agostino (68), La città di Dio (36), Mons. Giuseppe Zenti (247), Vescovo di Verona (221)

Agostino è convinto che la volontà umana è stata creata buona da Dio, a servizio del bene, mentre la volontà cattiva è un difetto della volontà originaria: “Come sta scritto, Dio pertanto ha fatto l’uomo retto e per questo lo ha dotato di volontà buona… ma la prima volontà cattiva fu piuttosto un difetto rispetto all’opera, perché secondo se stessa, non secondo Dio… Pertanto l’arbitrio della volontà allora è veramente libero quando non si pone a servizio dei peccati” (De civ. Dei, XIV, 11.1). Ma chi ha insidiato la volontà dell’uomo perché si pervertisse? Satana: “Quell’angelo superbo e perciò invidioso in forza di quella stessa superbia con la quale aveva preso le distanze da Dio e si era rivolto a se stesso, e scegliendo come per tirannico orgoglio di godere di coloro che stanno a lui sottomessi piuttosto che essere lui sottomesso, cadde dal paradiso spirituale” (De civ. Dei, XIV, 11.2). E ne palesa la strategia nei confronti dell’uomo: “tentando di trarre dalla sua, con l’insinuazione da serpente, la coscienza dell’uomo, al quale portava invidia in quanto era ancora ritto in piedi, mentre lui stesso era caduto, mediante la scaltrezza usata come cattiva consigliera, nello stesso paradiso corporale, dove con due persone umane, maschio e femmina, vagavano anche altri animali terrestri sottomessi e innocui, scelse un serpente, un animale cioè viscido e in grado di muoversi negli anfratti tortuosi, adatto alla sua strategia, mediante il quale rivolgere la parola agli uomini” (Ivi).
La vera degenerazione nel cuore umano, osserva Agostino, è stata causata dalla prima disobbedienza, quella dei progenitori, che ha sconvolto l’animo umano nelle sue passioni fino a farle diventare viziose, immorali, e fino a portarlo a sperimentare la morte (Cfr. De civ. Dei, XIV, 12). Tuttavia, il principio causale della cattiva volontà, sottolinea Agostino, è la superbia che brama una altezza perversa, mirando a sostituire Dio con il proprio io: “Cominciarono ad essere cattivi in occulto per incorrere in un’aperta disobbedienza. Non si perverrebbe, infatti, ad un agire cattivo se non precedesse una volontà cattiva. Certo, l’inizio della cattiva volontà quale poté essere se non la superbia! In effetti, l’inizio di ogni peccato è la superbia. Che cosa è poi la superbia se non la brama di una altezza perversa? Perversa, infatti, è l’altezza quando abbandonato Colui al quale deve inerire l’animo, in qualche modo si diventa e si è principio a se stessi” (De civ. Dei, XIV, 13.1). La superbia fa ricadere sugli altri le proprie responsabilità: “Ma è peggiore e più da condannare la superbia con la quale anche nei peccati manifesti si ricerca il rifugio della scusa… la superbia cerca di trasferire in altra realtà ciò che essa ha fatto ingiustamente” (De civ. Dei, XIV, 14).
La vera e più pesante condanna da parte di Dio nei confronti dell’uomo che gli si è rivoltato contro è stata quella di averlo abbandonato a se stesso, come precisa anche il Salmo 80: “L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore perché seguisse la propria decisione”. In tal modo, l’uomo si autocondanna all’infelicità e all’asocialità: “Pertanto, poiché è stato disprezzato Dio che lo aveva creato sottoponendolo ad un comando, che lo aveva fatto a sua immagine, che lo aveva preposto a tutti gli altri animali… ne è susseguita una giusta condanna e una tale condanna che l’uomo… il quale con la sua superbia aveva cercato di piacere a se stesso, è stato abbandonato a se stesso dalla giustizia di Dio” (De civ. Dei, XIV, 15.1). Agostino, rispondendo ad una obiezione strisciante, quella cioè che ritiene eccessivi gli effetti deleteri del peccato originale, osserva “quanto grande sia stata l’iniquità nel peccare, dove così grande era la facilità nel non peccare!” (Ivi).

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