Condiscepoli di Agostino
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Agostino e i neoplatonici sulla sorte eterna degli empi

Riservando l’argomento della beatitudine dei salvati all’ultimo libro, il ventiduesimo, Agostino dedica il penultimo alla pena destinata al diavolo e ai suoi gregari...

Parole chiave: Sant'Agostino (94), La Città di Dio (63)

Nel libro ventunesimo de La città di Dio Agostino focalizza il tema della pena eterna per i dannati, angeli e uomini. Affronta la tematica in polemica con i pagani neoplatonici, contrari alla dottrina di una pena eterna anche fisica, in forza della dottrina della metempsicosi; e si pone in discussione serrata con gli origenisti che negavano l’eternità della pena per i dannati, in forza della misericordia di Dio, che alla fine concede il perdono e la salvezza persino a satana e agli angeli ribelli, secondo la teoria dell’apocatastasi, cioè del rinnovamento radicale, della restaurazione finale, del ritorno allo stato originario.

Riservando l’argomento della beatitudine dei salvati all’ultimo libro, il ventiduesimo, Agostino dedica il penultimo alla pena destinata al diavolo e ai suoi gregari, una volta che le due città, una di Dio e l’altra di satana, saranno approdate al loro fine (Cfr. De civ. Dei, XXI, 1). Ha davanti a sé, come un assillo che lo tormenta lungo tutta la stesura della Città di Dio, i pagani neoplatonici, specialmente Porfirio, tenace e irriducibile avversario del cristianesimo.

Agostino smaschera un loro principio inaccettabile, su cui costruiscono il loro sistema di pensiero: “questa è la loro totale argomentazione razionale: ciò che non è oggetto della loro esperienza sono convinti che nemmeno possa esistere” (De civ. Dei, XXI, 3.1). Di fronte all’obiezione che l’anima dopo la morte è separata del tutto e irreversibilmente dal corpo, Agostino risponde affermando che nell’eternità anima e corpo sono destinati a fare esistenza insieme, inseparabilmente, anche nel caso della morte seconda eterna, quella del vivere senza unione di amore a Dio (Cfr. Ivi). E conclude: “La prima morte espelle dal corpo l’anima che non vuole, la seconda morte trattiene nel corpo l’anima che non vuole. Dall’una e dall’altra morte si ha un medesimo risultato, quello che l’anima subisca dal proprio corpo quello che non vuole” (Ivi). Interessanti e puntuali sono le osservazioni di Agostino che riguardano il rapporto tra anima e corpo nell’esperienza del dolore. È soprattutto l’anima, che dà vita al corpo, che di fatto soffre: “il soffrire è caratteristica dell’anima più che del corpo… L’anima soffre con il corpo… soffre anche da sola… spetterebbe più all’anima il morire perché ad essa spetta di più il soffrire” (De civ. Dei, XXI, 3.2). Dunque, i neoplatonici non ci credono. E perché allora credono alle magie? (Cfr. De civ. Dei, XXI, 6.1). Agostino osserva che se credono alle magie “a maggior ragione Dio può eseguire effetti che ai pagani sembrano incredibili, ma sono fattibili dalla sua potenza” (De civ. Dei, XXI, 6.2). Dalla potenza di Dio che ha prodotto l’energia nei magneti e ha dato l’ingegno all’uomo (Cfr. Ivi). In effetti, Dio “ha creato ogni cosa con una mirabile vincente facoltà di agire, di comandare e di permettere, usando ogni cosa in modo così mirabile quanto (mirabile) è l’opera della creazione” (Ivi). E, per scuoterne l’intelligenza, domanda ai neoplatonici: “Perché dunque Dio non può far sì che il corpo dei morti risorga e il corpo dei dannati sia tormentato dal fuoco eterno, Lui che ha fatto il mondo in cielo, in terra, nell’aria, nell’acqua, pieno di innumerevoli miracoli, dal momento che il mondo in se stesso è un miracolo senza dubbio di gran lunga maggiore e più eccellente rispetto a tutte le cose di cui è pieno?” (De civ. Dei, XXI, 7.1). Agostino si deve rassegnare di fronte alle resistenze dei filosofi pagani: “Noi cristiani abbiamo la risposta dalla Sacra Scrittura… Ma i pagani non credono alla Sacra Scrittura, in cui si legge in quale condizione visse l’uomo nel paradiso terrestre e in quali termini fu immune dalla ineluttabilità del morire. Se vi credessero, non staremmo a trattare con loro tanto faticosamente sulla futura pena dei dannati” (De civ. Dei, XXI, 8.1).

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