Condiscepoli di Agostino
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Lo splendore del corpo umano risorto

La bellezza e l’utilità della natura rispetto alla beatitudine eterna sono paragonabili ad un sollievo rispetto alla soluzione completa...

Parole chiave: La città di Dio (66), Mons. Giuseppe Zenti (317)

a bellezza e l’utilità della natura rispetto alla beatitudine eterna sono paragonabili ad un sollievo rispetto alla soluzione completa. Anche il nostro corpo glorificato e soggetto allo spirito e non più condannato alla corruzione sarà splendido: “Con quale discorso può essere circoscritto tutto il resto della bellezza e dell’utilità della natura che è stata concessa per essere ammirata e utilizzata dalla liberalità divina all’uomo, gettato e condannato in queste fatiche e miserie? Nella varia bellezza del cielo, della terra e del mare” (De civ. Dei, XXII, 24.5). Agostino passa quindi in rassegna la varietà di bellezze della natura: una pagina davvero dal respiro poetico, anche se riconosce di aver accatastato come in un mucchio, alla rinfusa, i vari soggetti: lo splendore della luce del sole, della luna, delle stelle, l’ombra dei boschi, il colore e il profumo dei fiori, la varietà degli uccelli, la vaghezza degli animali, le formiche, le api, il variare dei colori del mare, il fascino delle tempeste nei mari, il gusto prelibato dei cibi, l’avvicendarsi del giorno e della notte e delle stagioni, la brezza carezzevole, gli arbusti, il bestiame (Cfr. Ivi). Ma precisa: “E tutte queste cose sono sollievo dei miseri e dei dannati, non premi dei beati… Quali beni in quella vita beata farà prendere per sé in favore di coloro per i quali in questa vita misera ha voluto che il suo unigenito Figlio sopportasse così grandi mali fino alla morte?… Quando si compirà questa promessa, che cosa saremo! Quali saremo! Quali beni in quel regno accoglieremo, dal momento che di certo con la morte di Cristo per noi abbiamo ricevuto tale pegno! Quale sarà l’animo dell’uomo libero da ogni vizio… reso perfetto da una virtù pacatissima!… Quanto grande lì sarà la scienza di tutte le cose, quanto splendida, quanto certa senza alcun errore o fatica dove si berrà la sapienza di Dio dalla sua stessa fonte con somma felicità senza alcuna difficoltà! Quale sarà il corpo che, in ogni modo, soggetto allo spirito e da lui sufficientemente vivificato non avrà bisogno di alimenti! Non sarà infatti animale ma spirituale, avendo certamente l’essere della carne, ma senza alcuna corruzione della carne” (Cfr. Ivi).

Agostino ricorda poi che anche i filosofi Neoplatonici riconoscono la serie di beni riservati all’anima oltre la morte. Ma è dispiaciuto del fatto che negano caparbiamente la risurrezione. Eppure proprio la Sacra Scrittura ne ha parlato ampiamente. Ora, osserva Agostino, Dio tutto può fare, ma una sola cosa non può fare: “non può mentire” (De civ. Dei, XXII, 25). Ulteriore obiezione da parte di Porfirio: “perché l’anima sia felice, dev’essere abbandonato ogni corpo!” (De civ. Dei, XXII, 26). Ma Agostino è convinto che se Platone e Porfirio si fossero confrontati tra di loro e avessero accettato di mettere insieme le loro opinioni, potevano quanto meno avvicinarsi al cristianesimo. In che senso? Platone ritiene che le anime dei sapienti non possono restare per sempre senza il corpo; di conseguenza l’anima sarebbe ritornata nel corpo. Porfirio, al contrario, afferma che l’anima mondata dalla catarsi, cioè dalla purificazione, quando sarà tornata al Padre non tornerà mai più in questo mondo, mediante una reincarnazione. Basterebbe, come suggerisce Agostino, mettere insieme le due tesi, affermando la validità di una parte dell’altra tesi, e giungere alla medesima conclusione: “le anime ritornano al corpo e hanno un corpo in cui vivranno nella beatitudine e nell’immortalità” (De civ. Dei, XXII, 27).

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