Pentagrammi
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La musica di Duke Ellington ha lasciato il segno anche a Verona

L’arte degli Stati Uniti, con il suo carattere composito, contesto di tradizioni le più diverse per origini geografiche e temporali, pervade la nostra cultura su più livelli. Ma se per quanto riguarda la letteratura e il cinema l’americanistica è ben presente negli studi accademici, non altrettanto si può dire per ciò che riguarda la musica, specie per ciò che attiene la piena assunzione del jazz nell’ambito delle pratiche “alte”, e per queste degne di entrare in un canone di valore assoluto

Parole chiave: Duke Ellington (1), Pentagrammi (37)

L’arte degli Stati Uniti, con il suo carattere composito, contesto di tradizioni le più diverse per origini geografiche e temporali, pervade la nostra cultura su più livelli. Ma se per quanto riguarda la letteratura e il cinema l’americanistica è ben presente negli studi accademici, non altrettanto si può dire per ciò che riguarda la musica, specie per ciò che attiene la piena assunzione del jazz nell’ambito delle pratiche “alte”, e per queste degne di entrare in un canone di valore assoluto.
Nel 2020 si celebrano tre diversi anniversari legati all’opera di uno dei più grandi musicisti del ’900, al di là di ogni partizione di genere: parliamo di Duke Ellington e della composizione dei suoi capolavori Mood Indigo (1930) e Concerto for Cootie (1940), cui si somma la data del suo unico concerto veronese, al Teatro Romano nel 1970. 90, 80 e 50 anni ci separano da queste date, e sono più che sufficienti per tracciare alcune linee critiche, onde poter intraprendere un ascolto consapevole di una musica che ha segnato un secolo. Prendiamo il brano del 1930, poco più di 3 minuti tutti concentrati sulla novità dell’impasto timbrico degli strumenti a fiato: se tradizionalmente avremmo avuto i tre registri alto, medio e grave rispettivamente assegnati a clarinetto, tromba e trombone, Ellington invece arrangia in modo innovativo per avere al timbro grave il clarinetto chalumeau, la tromba con sordina all’estremo alto e il trombone con sordina in posizione di mezzo, così che l’effetto sortito – grazie anche a una melodia che si dipana lentissima – declina una pura stasi contemplativa e lirica, in un bozzetto impressionistico nel quale lo stato d’animo “color indaco” suggerisce una malinconia soffusa, fissamente iconica nel suo deliberato rimanere bloccata nell’unico cangiare interno dei timbri strumentali. Erano quelli gli anni, dal 1926 al 1935, in cui Ellington formava il suo stile, quello delle “meravigliose sinfonie jazz” di cui parlava un ammirato Stravinsky, che poi avrebbero lasciato lo spazio a un più rilevato affidarsi ai solisti, verso una forma di concerto per strumento e orchestra che raggiunge il suo apice appunto nel 1940, con Concerto for Cootie (Cootie Williams alla tromba, da cui il titolo). Il concetto formale è quello del “concerto grosso”, nell’alternanza tra ensemble e solo, in cui si fa strada un elemento tipico della concezione compositiva di Ellington, quello del solista che usa lo strumento come un cantante usa la voce con parole, per dire qualcosa che non è traducibile verbalmente: diviso in tre parti, con ripresa della prima e finale, secondo le parole dello scrittore africano-americano Ralph Ellison, questa musica “non solo ci ricordava quanto fosse fuggevole ogni vita umana, ma con quella tensione blues tra contenuto e il modo di esporlo, ci avvertiva sia di guardare il lato oscuro dell’esistenza, che di tenere a mente la continua necessità di vitalità, di padronanza tecnica e di eccellenza creativa”. Non si stenta a credere dunque ai ricordi degli appassionati di musica che raccontano ancora oggi il concerto veronese del ’70: eseguendo la New Orleans Suite, il musicista rese evidente il suo maggior contributo all’arte musicale novecentesca, quello dalla suite da concerto su più movimenti di carattere narrativo, geniale rivisitazione e superamento del poema sinfonico romantico. Così Ellington plasmò la forma più influente e idiomatica della cultura africano-americana, essenziale per capire la nostra attualità multiculturale.

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