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Nella Turchia di Erdoğan sospesa tra Occidente e la “grande restaurazione”

A Istanbul le forti contraddizioni di un Paese neo-ottomano

Parole chiave: Turchia (5), Istanbul (3)
Nella Turchia di Erdoğan sospesa tra Occidente e la “grande restaurazione”

Istanbul: nella metropoli turca i cantieri sono ovunque. La Moschea Blu, che guarda, da un estremo della piazza principale di Sultanahmet, la basilica (ora moschea) di Santa Sofia, è fitta di impalcature. Poco più in là, sotto al palazzo imperiale di Topkapi, per secoli residenza dei sultani ottomani, prende le mosse un progetto di rifacimento del lungomare che corre dentro al Corno d’oro, l’insenatura che taglia a metà la parte europea di Istanbul. Non si direbbe che in un Paese dallo sviluppo così rapido, dove negli scorsi anni è stato costruito un nuovo ponte colossale per la metropolitana e opere architettoniche come l’Istanbul Modern di Renzo Piano, sia in corso la crisi economica più profonda degli ultimi decenni.

Venuta a spezzare – almeno temporaneamente – la promessa di crescita verticale che aveva caratterizzato la Turchia degli anni precedenti, la recessione cominciata a fine 2018 e acuitasi dall’inizio di quest’anno ha visto l’inflazione impennarsi (+78,6% a giugno), mentre il valore della lira turca rimane bassissimo. La congiuntura internazionale ha poi causato, anche qui, un forte aumento dei prezzi dell’energia (un pieno di benzina segna prezzi non così diversi da quelli italiani).

Ma sotto i riflettori sta soprattutto il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, il “neo-sultano” che sta plasmando la nuova Turchia a sua immagine e somiglianza. È lui ad aver voluto, due anni fa, la riconversione di Santa Sofia in moschea, come durante l’Impero Ottomano: ora nella basilica del VI secolo i magnifici mosaici bizantini dell’abside sono coperti da drappi bianchi. È lui a incarnare da una ventina di anni il destino del Paese alle porte dell’Asia, nella buona e cattiva sorte.

Fautore del forte ruolo internazionale della Turchia – per dirne due: Ankara è un attore protagonista in Libia, anche con finanziamenti a varie milizie, e in Siria sconfina da nord nel silenzio della comunità internazionale –, Erdoğan si è presentato come uno dei principali mediatori per la guerra in Ucraina. Ad Istanbul, nello sfarzoso palazzo imperiale di Dolmabahçe, dove nel 1938 morì il padre della Turchia moderna Mustafa Kemal Atatürk, è stato firmato l’accordo sul grano di due settimane fa tra russi e ucraini – anche se l’intesa è apparsa fin dall’inizio traballante.

A fronte di questa grandeur in parte ostentata, in parte manifesta, sul piano interno e per i ceti popolari le cose non vanno bene. Anche a causa delle politiche monetarie quantomeno audaci di Erdoğan. Una studentessa turca, Aysel, ci racconta la sua esperienza di rientro a Istanbul dopo aver passato qualche mese di studio in Italia a inizio anno: «Da casa mi dicevano che i prezzi stavano cambiando di giorno in giorno; quando sono tornata erano triplicati», ci dice passeggiando sul lungomare di quello che un tempo era un villaggio di pescatori e che ora, inglobato nella metropoli, è uno dei quartieri più vivi e colorati delle serate istanbuline. «Prima vivevo nel quartiere centrale di Beşiktaş, una volta tornata ho dovuto prendere casa a due ore dal centro città».

Ma c’è anche chi dalla svalutazione della lira turca ci guadagna. Sono ingenti i capitali stranieri, innanzitutto sauditi, che negli ultimi anni giungono in Turchia, soprattutto come investimenti in abitazioni (anche questo contribuisce al prezzo degli alloggi). Girando per le strade del Paese non è raro trovare veri e propri quartieri di condomini costruiti nel nulla (o quasi). Sullo striscione inaugurale di alcuni di questi campeggia la faccia del “Sultano”.

Gli investimenti esteri sono necessari per sostenere la crescita, ma non solo. Secondo alcuni, farebbero anche parte del progetto neo-ottomano di Erdoğan di islamizzazione della società: prendere casa, per chi viene ad esempio dai Paesi del Golfo, facilita di molto l’accesso alla cittadinanza turca. Se l’eredità di Atatürk, fondatore della Repubblica nel 1923 e vero e proprio eroe per buona parte della popolazione (dai ritratti nei negozi ai poster nelle macchine, alla toponomastica, Mustafa Kemal è ovunque) è quella di una laicizzazione e occidentalizzazione della società, la spinta “dall’alto” degli ultimi anni è di segno opposto. In senso conservatore e tradizionalista.

Del resto la Turchia è un Paese di contraddizioni. Sono state forti le proteste quando Erdoğan ha deciso di finalizzare il progetto di una moschea in piazza Taksim, cuore della parte più europea di Istanbul (nonché scenario delle violente manifestazioni del 2013), ma il cambiamento nei costumi e nello stile di vita si nota.

La sfida è anche e soprattutto identitaria. Dare un corpo al tradizionale nazionalismo turco, rigettando l’appiattimento sul mondo occidentale ma anche su quello arabo. C’è della verità: quella di una penisola da sempre proiettata tanto nel Mediterraneo quanto ad est, tagliata dalla Via della seta (strategica oggi come un tempo) e porta d’accesso nel Mar Nero. Ma c’è anche tanta costruzione, funzionale alla creazione di una potenza internazionale autonoma, e che comunque ammicca più a Oriente che ad Occidente – pur restando un fondamentale (e ben finanziato) avamposto della Nato. «In questa valorizzazione nazionalista si è arrivati addirittura a riscoprire le radici ittite della civiltà anatolica», scherza con noi un italiano che lavora nella cooperazione. Si parla di quattro millenni fa.

In Turchia l’anno prossimo ci saranno le elezioni. A giudicare dal palazzo che si è fatto costruire ad Ankara, Erdoğan punta a rimanere saldamente alla guida della nuova Turchia, ma gli analisti sostengono che, complice la crisi economica, l’opposizione ha qualche possibilità. Se le elezioni si terranno regolarmente, naturalmente (bisogna anche capire quante pressioni avrà voglia di fare la comunità internazionale).

Sfidante papabile di Erdoğan potrebbe essere l’attuale sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoğlu, che nel 2019 ha battuto il candidato dell’Akp, il partito del presidente turco. Intanto una piccola sfida si gioca già, a Istanbul, proprio nel campo dei lavori pubblici. Ci racconta Aysel che quelli svolti sotto la supervisione della municipalità (come la famosa Basilica Cisterna, appena riaperta dopo un moderno e suggestivo restauro italo-turco) si distinguono a vista d’occhio da quelli patrocinati dal “Sultano”.

Tra i giovani gira una battuta: Erdoğan sta restaurando la “Kiz Kulesi”, una torre situata in mezzo al mare all’inizio del Bosforo. Speriamo che non voglia costruire una moschea anche lì.

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