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Morire di freddo in Siria tra bombe e indifferenza

Iman è una bambina siriana di un anno e mezzo. Vive con la famiglia in un alloggio di fortuna vicino al villaggio di Màrata, nel governatorato di Aleppo. La guerra le ha portato via tutto: casa, cibo, affetti. Tenere testa all’inverno quest’anno non è facile, nella notte tra il 12 e il 13 febbraio il termometro ha segnato 7 sotto zero...

Parole chiave: Cose dell'altro mondo (8), Siria (8), Guerra (8)

Iman è una bambina siriana di un anno e mezzo. Vive con la famiglia in un alloggio di fortuna vicino al villaggio di Màrata, nel governatorato di Aleppo. La guerra le ha portato via tutto: casa, cibo, affetti. Tenere testa all’inverno quest’anno non è facile, nella notte tra il 12 e il 13 febbraio il termometro ha segnato 7 sotto zero...
Iman soffre di gravi problemi respiratori, il suo esile corpicino – poco meno di cinque chili – prova come può a difendersi dal freddo. Il papà le mette addosso tutto ciò che possiede per tenerla al caldo, ma non basta.
Decide allora di portarla nell’ospedale più vicino. È senza auto e non ha alternative: deve muoversi a piedi. Cammina per due ore tra neve e vento: quando arriva a destinazione ha gli arti congelati, ma il cuore è caldo e continua a battere disperato per la sua bambina. Vincendone la riluttanza, i medici riescono a separarlo dalla figlia. Prendono la piccola tra le braccia e scoprono il suo viso angelico, sorridente ma immobile. Provano a sentire i battiti, ma è troppo tardi: Iman è morta di freddo tra le braccia del suo papà.
La storia di questa bambina non è un caso isolato. Mentre il mondo è concentrato sul Coronavirus, il conflitto in Siria peggiora. Nella provincia di Idlib, nel nordovest del Paese, è in atto la più grave crisi umanitaria dall’inizio della guerra civile nel 2011. Da dicembre a oggi, 900mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case: scappano dall’avanzata del regime di Assad, sostenuta dalla Russia, trasferendosi di città in città senza trovare pace.
Idlib è l’ultima roccaforte dei ribelli siriani supportati dalla Turchia, e Assad è pronto a tutto pur di riconquistarla. Il fatto che l’offensiva produca così tanti sfollati non è un caso: la tecnica della terra bruciata colpisce deliberatamente le strutture civili, e in particolare gli ospedali, costringendo i cittadini alla fuga.
Il premier turco Erdogan ha risposto all’offensiva schierando l’esercito e dando vita a una nuova escalation. Dall’inizio del conflitto, il governo di Ankara appoggia i ribelli siriani e non ha intenzione di rinunciare all’ultima area del Paese rimasta sotto il proprio controllo. Secondo gli accordi del 2018 tra Russia e Turchia, la provincia avrebbe dovuto essere de-militarizzata, ma la tregua non è mai stata rispettata: gli interessi in campo sono troppi perché qualcuno decida di fare un passo indietro. E a farne le spese sono i siriani di Idlib, ormai stretti in una morsa come topi in una trappola.
Da una parte le bombe di Assad e Putin, dall’altra il confine chiuso di Erdogan. Dopo aver accolto oltre tre milioni di profughi, la Turchia ha sigillato le frontiere. Ai soldati turchi è stato dato l’ordine di aprire il fuoco contro chiunque tenti di passare dall’altra parte.
Di fronte a questa carneficina a cielo aperto l’Europa rimane in silenzio. Fino a che gli sfollati siriani rimangono in Siria, i Paesi occidentali non hanno motivo di preoccuparsi e lasciano che Erdogan, Putin e Assad se la sbrighino da soli.
Servono ragioni importanti, magari economiche, per decidere di farsi coinvolgere in questo scampolo di guerra siriana. E così il grido di sofferenza delle tante Iman scivola via, inascoltato: basta aspettare qualche giorno perché diventi un eco indistinto e lontano.
Andrea Di Fabio

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