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Scusate, e la Siria? Paese al collasso nel silenzio generale

«L’opinione pubblica globale non sembra essere in grado di affrontare più di una crisi alla volta: ora c’è l’Ucraina nei titoli di apertura, ma non possiamo dimenticarci della Siria»...

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Scusate, e la Siria? Paese al collasso nel silenzio generale

«L’opinione pubblica globale non sembra essere in grado di affrontare più di una crisi alla volta: ora c’è l’Ucraina nei titoli di apertura, ma non possiamo dimenticarci della Siria».
Sono queste le parole con cui Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza, ha aperto la conferenza sul futuro della Siria che si è svolta a Bruxelles a metà maggio. Nel corso dell’evento, Borrell ha annunciato che nel 2023 l’Unione Europea stanzierà fondi per oltre un miliardo e mezzo di euro per «fare in modo che il livello dell’impegno nell’assistenza umanitaria rimanga almeno al livello dell’anno scorso».
Il motivo è chiaro: «Anche se la Siria non è più nelle prime pagine dei quotidiani, i bisogni della popolazione restano enormi». A distanza di oltre dieci anni dall’inizio della guerra, il Paese è ormai al collasso.
Nonostante il presidente Bashar al-Assad abbia riconquistato gran parte del territorio in precedenza controllato dai gruppi ribelli, il conflitto ha inferto ferite profonde, difficili da rimarginare. Secondo le Nazioni Unite, in Siria è in atto la più grave crisi mondiale per numero di persone costrette alla fuga: più di 13 milioni sono fuggite dal Paese o sono sfollate. Un rapporto della Fondazione Avsi rivela che 14,6 milioni di siriani hanno ancora bisogno di aiuti umanitari, mentre i bambini che non vanno a scuola sono più di 2 milioni. Il 42% della popolazione usa fonti d’acqua a rischio e il 60% vive nell’insicurezza alimentare, senza sapere cosa mangerà domani.
Dal punto di vista economico, i danni causati dalla guerra sono paragonabili a una recessione di 30 anni e, secondo l’Onu, sarebbero necessarie risorse per 250 miliardi di dollari per la ricostruzione del Paese.
A gravare ulteriormente sulla situazione è il conflitto in atto tra Russia e Ucraina. Il blocco delle esportazioni di grano  (con i silos di Odessa pieni e le navi costrette a rimanere in porto) è in procinto di scatenare una crisi alimentare in tutto il Nord Africa e Medio Oriente. La Siria è particolarmente esposta al rischio perché Damasco dipende in larga parte dai generi di prima necessità prodotti da Kiev.
Le prime evidenze mostrano una certa penuria di farina e di pane, oltre che un imponente rialzo dei prezzi. Nonostante gli aiuti umanitari, il regime di Assad rimane fortemente isolato sul piano internazionale e le pesanti sanzioni imposte dai Paesi occidentali rendono difficile la ripresa economica.
Ma l’Alto rappresentante Borrell ha ribadito la posizione dell’Unione Europea, sottolineando che «non verrà finanziata la ricostruzione in Siria finché non ci sarà una vera transizione dei poteri», anche se «la guerra in Ucraina aumenterà il prezzo di cibo ed energia, e la situazione in Siria peggiorerà».
Il conflitto tra Kiev e Mosca potrebbe, inoltre, destabilizzare i delicati equilibri sul campo. Se i combattimenti dovessero durare a lungo, il presidente russo Putin potrebbe infatti essere costretto a smantellare una parte del contingente di stanza in Siria per reimpiegarlo nella campagna del Donbass. Per le forze di Assad si tratterebbe di un colpo durissimo: dal 2015 in poi, il dittatore siriano è riuscito a ribaltare le sorti della guerra solo grazie all’appoggio militare di Mosca. Se questo venisse a mancare, il governo siriano mostrerebbe il fianco a possibili rappresaglie condotte da gruppi armati, islamisti e non.
Anche il sostegno degli Hezbollah libanesi, storici alleati regionali di Damasco, sembra non essere più così granitico. Nelle elezioni di qualche settimana fa in Libano, il movimento paramilitare sciita ha perso la maggioranza in Parlamento, travolto dal voto di protesta della popolazione in collera per la grave crisi finanziaria che sta attraversando il Paese.
Ad approfittare di questa situazione è Israele che, nel corso delle ultime settimane, ha intensificato gli attacchi aerei e missilistici contro alcune basi militari in Siria. Lo Stato ebraico è da sempre impegnato nel combattere l’alleanza tra Siria, Iran ed Hezbollah, considerata una grave minaccia per la propria stessa esistenza. Il ripiegamento interno degli Hezbollah e l’attenzione della Russia per l’Ucraina sono stati visti come occasioni propizie per sferrare attacchi decisivi contro centri nevralgici dell’asse alauita-sciita.
Ma a rialzare la testa in Siria è anche la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Qualche giorno fa il presidente turco ha annunciato una nuova operazione militare nel Nord del Paese: l’obiettivo è creare una “zona di sicurezza” di 30 chilometri per contrastare le minacce terroristiche provenienti dal Pkk curdo, il Partito dei lavoratori del Kurdistan.
D’accordo con la Russia, la Turchia controlla già una striscia di territorio siriano, dopo essere intervenuta varie volte tra il 2016 e il 2019 per colpire le forze curde. Ora potrebbe approfittare della situazione per aumentare ulteriormente la propria sfera di influenza. L’annuncio del presidente è arrivato, inoltre, a pochi giorni di distanza dalle obiezioni sollevate da Ankara sull’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato, accusate di dare asilo politico proprio agli esponenti del Pkk.
Al di là delle dichiarazioni di facciata, anche i Paesi occidentali, gli Stati Uniti e l’Unione Europea sembrano avere l’interesse a mantenere instabile – per non dire a riaprire – il fronte in Siria, con l’obiettivo di distrarre le forze russe impegnate in Ucraina. La coperta militare di Mosca è corta (questo il ragionamento) e a un certo punto Putin dovrà scegliere se puntare tutto sull’Ucraina o mantenere vivo il sogno di possedere una base logistico-militare in Medio Oriente.
Eloquente, in questo senso, la decisione delle massime cariche europee di tenere Mosca fuori da qualsiasi conferenza sul futuro della Siria: «La Russia – ha detto Borrell – non è stata invitata perché abbiamo coinvolto solo quei partner che hanno un interesse genuino a contribuire alla pace nel mondo: l’Ue, insieme ad altri partner, continuerà nella sua politica di escludere la Russia dai consessi internazionali».
Un segnale che forse oggi nemmeno l’Unione Europea è interessata a raggiungere e mantenere a tutti i costi la pace.

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