Il Fatto di Bruno Fasani
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Vorrei iniziare l’anno nuovo dicendo quanto voglio bene a papa Francesco

Mi piace iniziare questo nuovo anno dicendo che voglio bene al Papa. Non il Papa perché Papa, in senso biblico o teologico che sia. Io voglio bene a papa Francesco e tanto...

Parole chiave: Papa Francesco (77), Anno Nuovo (3)

Mi piace iniziare questo nuovo anno dicendo che voglio bene al Papa. Non il Papa perché Papa, in senso biblico o teologico che sia. Io voglio bene a papa Francesco e tanto. E non mi dispiace neppure sapere che mi metterò contro tutti quei cattolici e politicanti che hanno indossato occhiali ideologici di un certo colore politico, per accusarlo un giorno sì e l’altro pure.
Mi piace Francesco perché, dietro il ruolo, ci ha mostrato l’uomo. Pensate che da bambino credevo che il Papa non andasse neppure in bagno. Adesso conosciamo un Papa che soffre di sciatalgia, che va a comprarsi gli occhiali da solo perché la presbiopia s’è fatta un po’ più acuta, che cammina un po’ alla papera, per via di quei piedoni piatti che ne segnano un’andatura traballante. Un Papa che si arrabbia e dà una sberla, salvo chiedere scusa davanti al mondo il giorno dopo.
Mi piace Francesco, perché ama i poveri e soprattutto perché è realmente povero. Mai un giorno di vacanza, un orologio di plastica al polso, che sembra uscito dal barattolo di una pesca di beneficenza. Paramenti usati nella cappella di Santa Marta da sembrare presi in qualche svendita di oggetti religiosi. Un anello al dito che dalle mie parti si direbbe di banda, simbolo della sua sposa, la Chiesa, che la dice lunga su cosa pensi di lei e come la vorrebbe.
Amo Francesco perché ha aperto il Vangelo facendo sì che sprigionasse i profumi dell’amore. Rimettendo al centro la persona, umiliata e spesso emarginata dai tanti giudizi moralistici e dai pregiudizi culturali, venduti come evangelici. Spazzati via da quel famoso: «Chi sono io per giudicare?». Ci sta insegnando la verità di quel Verbo che si è fatto carne, perché ogni carne malata avesse la sua stessa dignità. E lo ha fatto mettendo in circolazione il vaccino della misericordia, smantellando la pandemia di giudizi e pregiudizi e le tossine di rapporti ecclesiali senza carità. Nella sua esistenza senza filtri abbiamo visto le fragilità degli apostoli, l’impulsività di Pietro e l’audacia di Paolo. Ci ha mostrato che il Vangelo cammina con le gambe fragili degli uomini a dispetto di chi vorrebbe una Chiesa senza difetti, confondendo la perfezione con l’immagine del potere che non sbaglia mai. Diceva Gandhi che il confine tra il paradiso e l’inferno è sottilissimo e, non di rado, i diavoletti puzzano di incenso.
Voglio bene a Francesco, pensando alle sue serate intento a cavarsi dal corpo le frecce come un moderno san Sebastiano. Scandali, divisioni, situazioni da raddrizzare, investimento su persone che poi si rivelano inaffidabili… E soprattutto attacchi dentro e fuori la Chiesa. L’ultimo mercoledì 30 dicembre scorso sul più importante quotidiano nazionale, a firma di un abitualmente acuto e compassato Ernesto Galli della Loggia. Una bordata per colpire “il potere assoluto del Papa, un potere incontrollato, arbitrario nel più vero senso della parola, non compatibile con il diritto di ogni persona a conoscere le accuse che gli vengono mosse, a conoscerne i motivi, ad avere un giusto processo da parte di giudici indipendenti”. E Galli della Loggia cita il caso Becciu, chiedendosi come possa il trattamento a lui riservato essere compatibile con la tutela dei diritti, tanto sbandierata nei proclami di Francesco.
Non è mia intenzione buttare altro fango su un uomo che fu cardinale e che oggi si trova umiliato in un cono d’ombra. Ma non mi va neppure che il Papa sia associato all’immagine di un volgare dittatore da repubblica delle banane. Nella Bibbia, se si vuol vedere, si trova anche la scomunica usata come medicina. Sempre che la tutela dei potenti mezzi mediatici, più che per esigenze evangeliche, non sia cercata per sole logiche di immagine e di potere.

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