Il Fatto di Bruno Fasani
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Tornare a desiderare per tornare a sognare

C’è un pensiero che ho incontrato per caso e che mi ha obbligato a fermarmi e pensare. È di un cardinale teologo e poeta, José Tolentino Mendonça, scritto nel suo Elogio della sete. Lo spartisco...

Parole chiave: Sognare (1), Desideri (1), Il Fatto (285), Bruno Fasani (212)

C’è un pensiero che ho incontrato per caso e che mi ha obbligato a fermarmi e pensare. È di un cardinale teologo e poeta, José Tolentino Mendonça, scritto nel suo Elogio della sete. Lo spartisco.  “C’è nelle nostre culture, e allo stesso modo nelle nostre Chiese, un deficit di desiderio. Quando si nota, nel momento attuale, l’emergere e su scala sempre più grande di soggetti senza desiderio, questo deve condurci ad una autocritica. Noi battezzati formiamo una comunità di desideranti? I cristiani possiedono sogni? La Chiesa è un laboratorio dove, come nell’oracolo provocatore di Gioele, i nostri figli e figlie profetizzano, i nostri anziani hanno sogni e i nostri giovani costruiscono nuove visioni, non solo religiose, ma anche nuove comprensioni culturali, economiche, scientifiche e sociali? La Chiesa ha fame e sete di giustizia? I cristiani aspettano davvero cieli e terra nuovi, nei quali abiti la giustizia?”.
Leggo queste parole in prossimità del Natale e, battendomi il petto mi chiedo: ho ancora qualche sogno da consegnare alla Grazia di questo evento, o tutto è sepolto nella tradizione di gesti ripetitivi che mi passano sopra senza lasciare traccia? Leggo queste parole e penso alle nostre Chiese, alle prese con complessi piani pastorali, spesso più di “architettura” che di sostanza e mi chiedo: quando mai faremo un sinodo parlando di sogni?
Il fatto è che forse nel sostantivo sogno noi intravvediamo i contorni irrealistici dell’illusione e dell’inconcretezza. Ma sappiamo bene che non è così. Il sogno è desiderio, attesa, spinta creativa… È sapere che qualcosa di nuovo dovrà succedere, qualcosa di grande, che ci aiuti a far uscire la crisalide dal bozzolo delle abitudini dentro cui giace imprigionata.
Ci sono due nemici dei sogni. Il primo è quello del fondamentalismo e del tradizionalismo, ossia il bisogno di rifugiarsi negli spazi rassicuranti del già visto e sperimentato. Si tratti dei riti religiosi, della morale intoccabile o delle praterie un po’ feticistiche dei merletti e delle candele, il guardare indietro è certamente il primo modo di tarpare le ali al sogno. Il quale per essere tale ha bisogno di guardare sì alla storia, ma soprattutto al presente, per pensare il domani. Non si legge il libro della storia, solo per leggere o per adagiarsi sopra la sedia della memoria, ma soprattutto per vivere.
Il secondo nemico è la cultura del bisogno. Non abbiamo più sogni perché viviamo di bisogni e per questi non è necessario volare col desiderio. Basta qualche centro commerciale o il bancomat di famiglia. E se proprio, anche qualche mutuo può fare al caso. E così la nostra esistenza si snoda tra un bisogno e l’altro, colorata di frustrazioni, indotte da una cultura che ti suggestiona ad avere bisogni sempre più esigenti e compulsivi.  
E così, nello spazio dove il desiderio e il sogno lasciano abitualmente le tracce della speranza e la voglia di lottare, nella cultura del bisogno si installa invece il senso desolato della competizione sociale e dell’accanimento che sedimentano dentro “passioni tristi”, fatte di pettegolezzo, calunnia, detrazioni rancorose, menzogna e quant’altro. C’è un unico regalo vero che potremmo chiedere per questo Natale: tornare a sognare per tornare a vivere.

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