Il Fatto di Bruno Fasani
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I misteri si risolvono se la politica lo vuole

Tra i sentimenti che popolano la mente e il cuore degli italiani, dopo la cattura di Cesare Battisti, non c’è soltanto il senso della giustizia. C’è molto di più, compreso un senso di rivincita verso un assassino che ha passato anni in libertà, sfottendo il proprio Paese e i parenti delle vittime cadute sotto la sua violenza.

Parole chiave: Il Fatto (366), Bruno Fasani (287), Cesare Battisti (2)

Tra i sentimenti che popolano la mente e il cuore degli italiani, dopo la cattura di Cesare Battisti, non c’è soltanto il senso della giustizia. C’è molto di più, compreso un senso di rivincita verso un assassino che ha passato anni in libertà, sfottendo il proprio Paese e i parenti delle vittime cadute sotto la sua violenza. Cesare Battisti si è reso odioso, non solo per ciò che ha fatto. Ma soprattutto per come ha vissuto il suo vagabondare da evaso, lasciando intendere che lo star bene e il godersi la vita veniva prima di qualsiasi altra considerazione, fosse anche soltanto un sussulto di dispiacere per il male compiuto.
Ora è in galera e c’è da giurare che sarà disposto a tutto pur di garantirsi qualche sconto di pena e qualche uscita premio in tempi non lontani. L’uomo è cinico e col pelo sullo stomaco, per cui sarà ancora una volta abile a fare i conti del proprio interesse. Chi vivrà vedrà, si diceva un tempo. Per ora la vicenda ci lascia qualche insegnamento.
Il primo è che i problemi si risolvono quando la politica decide di risolverli. Penso a quanti misteri si nascondono ancora nelle pieghe della nostra storia recente, senza che mai si sia venuti a conoscenza della verità. Il caso Battisti s’è risolto perché due governi, entrambi sovranisti e di destra, quello italiano e quello brasiliano, hanno deciso che la vicenda di questo ergastolano doveva arrivare al capolinea. Si sono parlati, si sono stretti la mano, si sono promessi di tener fede alla parola data e, in quattro e quattr’otto, si è venuti a capo di una vicenda che sembrava seppellita per sempre. A controprova basterebbe citare i governi francesi e quello brasiliano di Lula che per anni hanno dato protezione e rifugio a questo latitante, considerato alla stregua di un perseguitato politico.
Il secondo insegnamento nasce proprio da quest’ultima considerazione, perché è vero che anche il più brutale delinquente finisce dipinto a seconda degli occhi che lo guardano. Soprattutto, e la mia non è una sottolineatura ideologica, con i terroristi di sinistra.
Uno ha quattro morti sulla coscienza e per il cittadino comune è un assassino. Ma poi ci sono gli occhi dei compagni di merende e allora eccolo sul piedistallo del martire. Come se non bastasse ci sono gli occhi degli intellettuali, i radical chic, borghesi fino al midollo, ma che combattono i sensi di colpa per la loro abbondanza arruolandosi per il proletariato. Ed è allora che un comune assassino si trasforma in rivoluzionario, difensore dei diritti, novello Che Guevara. È da questo caleidoscopio di sentire diverso che si capisce come un terribile criminale sia potuto vivere liberamente coccolato e protetto in tanti ambiti politici e in altrettanti ovattati salotti, prima d’essere restituito all’Italia a scontare la pena.
Una pena che anche per lui dovrà avere lo scopo di un riscatto, sia pure nella fase calante della sua esistenza. Lo prevede il senso umanitario e lo prevede la nostra Costituzione. Ecco perché mi sembra stonata l’uscita di un ministro dello Stato italiano che promette di farlo marcire in galera. Affermazione che non brilla né di rispetto dei principi e tantomeno di umanità.

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