Il Fatto di Bruno Fasani
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Uno spietato assassino coccolato e protetto

Gradasso, sbruffone, cinico, sarcastico, beffardo. E assassino. Assassino di quattro innocenti, ammazzati a nome dei proletari comunisti armati, prima di scappare in Francia, poi in Brasile e quindi l’ultimo tentativo di passare in Bolivia, una volta fiutato che le arie carioca stavano diventando poco salubri per la sua situazione giudiziaria.

Parole chiave: Cesare Battisti (2), Il Fatto (367), Bruno Fasani (288)

Gradasso, sbruffone, cinico, sarcastico, beffardo. E assassino. Assassino di quattro innocenti, ammazzati a nome dei proletari comunisti armati, prima di scappare in Francia, poi in Brasile e quindi l’ultimo tentativo di passare in Bolivia, una volta fiutato che le arie carioca stavano diventando poco salubri per la sua situazione giudiziaria. Parliamo ovviamente di Cesare Battisti, arrestato nei giorni scorsi mentre tentava di andarsene, dopo anni di libertà dorata a San Paolo del Brasile. Fermato alla frontiera, poche ore di carcere, poi di nuovo la libertà e lui che brinda davanti ai fotografi in segno di esultanza. Ci ha risparmiato il gesto dell’ombrello ma l’essenza e l’animo erano quelli.
Ero ragazzo quando finii alla 50ma compagnia del Battaglione Edolo a Merano. La prima cosa che mi dissero all’arrivo fu lapidaria quanto eloquente: «Ricordati che questa è la Compagnia di Cesare Battisti». Lo avevano impiccato il 12 luglio del 1916 per alto tradimento, perché lui, deputato al Parlamento di Vienna, da sempre si stava battendo perché il Trentino tornasse all’Italia. Allo scoppio della guerra si era arruolato volontario tra gli alpini. Quando gli austriaci lo raggiunsero sulle cime della Vallarsa, avrebbe potuto darsi alla fuga. E invece si arrese, a testa alta, accettando di pagare il prezzo della sua coerenza ideologica. Coperto di sputi e di insulti fu avviato al patibolo. Il boia venuto appositamente da Vienna, Joseph Lang, aveva portato con sé due cappi per impiccarlo. Uno meno resistente che si doveva rompere al primo tentativo, il secondo ad effetto garantito. Questo per rendere più lunga e dolorosa l’agonia. Le cose andarono esattamente così.
È pensando all’omonimia con questo eroe nazionale che mi risulta ancora più insopportabile la vicenda di un vile che dopo aver tolto la vita a quattro innocenti, in nome di una aberrante ideologia terroristica, se n’è andato prima in Francia e poi in Brasile, quando la condanna definitiva di due ergastoli lo voleva, come sarebbe stato giusto fosse, dietro le sbarre. E invece no. Opportunista, come un qualsiasi volgare ladro.
Eppure se ciò è potuto accadere, questo è dipeso anche dalla responsabilità di intellettuali italiani e stranieri pronti a trasformare un criminale in vittima del sistema, coccolato e protetto. Gente di cultura ideologicamente strabica, per cui se uno ammazza ed è di Sinistra è un martire della libertà. Se si ammazza a Destra, allora si è assassini. Parole di Luciano Violante. Fu la Francia di Mitterand ad accogliere i nostri fuggiaschi con le mani grondanti sangue. Era la Francia con la puzza sotto il naso, convinta che la nostra condizione politica fosse simile alle dittature sudamericane e i nostri tribunali ancora odoranti di fascismo. Poi fu il Brasile a pensarla così. Ora forse siamo al capolinea. Lo speriamo, ma senza certezze.

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