Editoriale
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Un giochino con una morale

Uno dei giochi più divertenti, tra i tanti, che da bambino accompagnava le lunghe giornate al mare o in montagna era quello di fare a gara a chi riconosce nella forma delle nuvole le tracce del maggior numero possibile di oggetti familiari...

Parole chiave: Editoriale (332), Stefano Origano (126)

Uno dei giochi più divertenti, tra i tanti, che da bambino accompagnava le lunghe giornate al mare o in montagna era quello di fare a gara a chi riconosce nella forma delle nuvole le tracce del maggior numero possibile di oggetti familiari. Ma se capitava che il cielo fosse completamente terso o interamente coperto, allora si passava dal piano “cosmologico” a quello “antropologico” abbinando le persone – degli ombrelloni vicini, per esempio – a qualche personaggio famoso o a qualcuno particolarmente pittoresco di nostra conoscenza.
Come si sa, i giochi che facciamo da bambini, anche i più innocenti, sono rivelativi del nostro modo di approcciare la vita, dei nostri sogni e desideri, dei ricordi che hanno segnato i momenti lieti o tristi della nostra esistenza e, nel caso specifico, dicono che siamo noi a dare significato alla realtà che ci circonda. Chiamando le cose o le persone con i nomi di ciò che conosciamo, stabiliamo una sorta di legame profondo con il mondo che ci circonda e con il prossimo. Qualcosa di simile a quanto racconta in modo figurato il libro della Genesi là dove narra che Dio, per alleviare la solitudine di Adamo, gli condusse davanti tutte le specie di piante e di animali perché fosse lui ad imporvi un nome. Sappiamo che alla fine Dio dovette fare un passo ulteriore per accontentare il nostro progenitore.
Queste riflessioni un po’ tortuose mi sono venute alla mente quando ero al mare e mi parve di riconoscere in una coppia di persone anziane che avevano l’ombrellone vicino al nostro, la zia Amelia e lo zio Marsilio: stesso portamento, stesso timbro della voce, stesso modo di fare… Quegli zii sono scomparsi tanti anni fa, ma ripensare a loro e ad alcune scene molto comiche di vita familiare di cui furono protagonisti, mi ha fatto sorridere. È come se fossero venuti a trovarmi e a dirmi che loro ci sono ancora, e che in fondo è molto di più quello che ci unisce rispetto a quello che ci divide.
Avere una coscienza (anche morale), una memoria che, sebbene siamo tutti diversi, ci ricorda che siamo anche fratelli e sorelle e infine una capacità simbolica che ci fa guardare al cielo sapendo che la vita su questa terra arriva proprio da lì è il gioco più entusiasmante e più serio che ogni tanto dovremo rispolverare.

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