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Liberi siamo noi

‘Liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa? Chissà cos’è?’ cantava il Vasco. È proprio così. Perché c’è libertà e libertà.
C’è la libertà come esperienza storica che ha la forza del cambiamento e della speranza. È la libertà come ricerca di una novità di vita personale e collettiva...

Parole chiave: Dat (4), Trattamento sul fine vita (1), Editoriale (336), Renzo Beghini (59)

‘Liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa? Chissà cos’è?’ cantava il Vasco. È proprio così. Perché c’è libertà e libertà.
C’è la libertà come esperienza storica che ha la forza del cambiamento e della speranza. È la libertà come ricerca di una novità di vita personale e collettiva. Che conosce un prima e un dopo. È la libertà tipica dell’annuncio pasquale: la libertà che nasce come riscatto dalla schiavitù per un verso e come promessa per l’altro. È la libertà come affrancamento da situazioni di falsità, ipocrisia e violenza in vista di una vita più vera e autentica.
C’è poi un’altra e diversa libertà. La libertà come libera scelta, come autodeterminazione. È diversa perché è una libertà non storica ma astratta. Non conta il prima e il dopo. Non c’è riscatto e nemmeno promessa. Conta solo la nuda possibilità di libera scelta. L’autodeterminazione appunto! È il trionfo e l’affermazione dell’io.
È giusto il caso delle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) sul fine vita. Giovedì 20 aprile, quando il nostro settimanale sarà in edicola, alla Camera dei deputati verrà votata la legge. Le Dat rendono possibile scegliere!
La Dichiarazione anticipata è un atto di autodeterminazione.  La pretesa di controllare e scegliere il futuro. Scegliere come e quando sospendere non solo le terapie ma anche le “cure di sostegno vitale” (alimentazione e idratazione). Come fosse un tutt’uno uguale e indifferente.
Sulla questione bioetica ritorneremo. Ma in tempi di confusione dei significati è essenziale registrare come cambia l’idea di libertà.
Le unioni civili ci hanno reso liberi di scegliere chi sposare; l’idea di gender ci ha reso liberi di scegliere il genere e chi amare; la fecondazione assistita ci ha reso liberi di scegliere quando e come “fare” un figlio; la maternità surrogata ci renderà liberi di programmare e scegliere il figlio; le dichiarazioni anticipate ci renderanno liberi di scegliere quando e come morire.
Esattamente dieci anni fa Miriam Mafai, in un famoso fondo su La Repubblica, scriveva: “Cresce l’idea, assolutamente laica, che ognuno abbia diritto di scegliere il proprio stile di vita e il proprio destino, e dunque se sposarsi o convivere, quante volte sposarsi, se avere o no figli e quanti e quando, se adottarli o sottoporsi alle tecniche di fecondazione assistita, come curarsi e, alla fine, persino come morire, scegliendo, se il caso, il momento in cui mettere fine alle proprie sofferenze ed al cosiddetto ‘accanimento terapeutico’”.
È il trionfo e l’esaltazione della libertà di scelta. Lo Stato-superstore e outlet dei diritti. Certo, a condizione che le mie decisioni non violino i diritti degli altri! Sembra di essere in un grande supermercato (giusto per usare un’immagine che di questi tempi va alla grande), di fronte a lunghi scaffali dove hai solo l’imbarazzo della scelta. Dove i prodotti sono più o meno di qualità, le confezioni più o meno colorate e i prezzi più o meno alti. E hai l’impressione di sentirti vivo perché devi scegliere.
Imbarazzo appunto, perché proprio di questo si tratta. Ma veramente la libertà si sperimenta come possibilità di scelta? Veramente nelle relazioni elementari che sono le più vere, libertà è scegliere il lavoro che vuoi, l’identità che vuoi, il/la ragazzo/a che vuoi, il figlio che vuoi?
Oppure l’imbarazzo dice proprio lo smarrimento del senso e quindi della promessa? La Pasqua appena celebrata dice che la vera libertà è autorizzata da una promessa. Solo la promessa mette in moto la libertà. Nient’altro. Men che meno il supermercato – anzi l’hard-discount – delle scelte.
Aveva proprio ragione il Vasco: “Liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa?”.

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