Editoriale
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Francesco fagli il cucchiaio!

Come ai tifosi della Roma che chiedevano a Francesco Totti di tirare il famoso rigore a spiovente. Goal di sostanza e di emozione. Così papa Francesco tira fendenti ad effetto, che gonfiano la rete della coscienza e scaldano il cuore.
Un passo indietro...

Parole chiave: Editoriale (241), Renzo Beghini (52)

Come ai tifosi della Roma che chiedevano a Francesco Totti di tirare il famoso rigore a spiovente. Goal di sostanza e di emozione. Così papa Francesco tira fendenti ad effetto, che gonfiano la rete della coscienza e scaldano il cuore.
Un passo indietro. Basta con tutto sto’ buonismo... Chi ha sbagliato è giusto che paghi! E che paghi il proprio debito con le vittime e la società... Certezza della pena ci vuole, altro che riabilitazione... Li prendono e il giorno dopo sono già fuori... Ma tu da che parte stai? Stai con il carnefice o con le vittime?... Siamo passati dall’applicazione della legge del taglione “occhio per occhio e dente per dente”, all’indulto e all’amnistia; dalle leggi svuota-carceri, fino ad arrivare alla misericordia e all’essere caritatevoli... Tutta colpa del cristianesimo... Fra poco dovremo mettere in carcere gli onesti per difenderli dai delinquenti in libertà... Mi dispiace tanto Francesco ma questa volta non ti seguo e non ti condivido per nulla...
Sono i post che si trovano negli articoli dei giornali on line che raccontano le sue visite in carcere come l’ultima del Giovedì santo al Regina Coeli di Roma.
Dall’altra, papa Francesco mica si limita a incassare in silenzio e di certo non le manda a dire. Pur con una certa libertà di linguaggio che alterna reato e peccato, egli denuncia l’ipocrisia di chi ritiene di aver risolto il problema dell’ingiustizia e del male (sociale) nascondendolo. Non si cancella il “peccato sociale” rinchiudendolo in carcere.
Ancora, Francesco condanna il moralismo e il perbenismo di chi pensa di non aver nulla da spartire con chi ha commesso un reato. Certo, la responsabilità del male è individuale. Ma il contesto e le radici di tale atto sono spesso di natura sociale. Ci sono responsabilità e comportamenti omissivi della politica che reclamano giustizia. Infine, egli critica l’ipocrisia di chi traccia una netta linea di confine tra delinquenti e innocenti, come tra santi e peccatori. L’importante è contenere i criminali dentro le case circondariali e gli istituti di pena. Fuori dal carcere ci sono le persone oneste e perbene. Palombella in aria, discesa lenta, palla in rete.
Non credo che papa Francesco intenda ignorare, minimizzare e tanto meno ferire con altra sofferenza chi ha subito un’ingiustizia, una violenza o la perdita di una persona cara. Certamente nell’intreccio tra legge, pena e responsabilità personale, tra giusta condanna e trasgressore, tra colpa e colpevole, la sua predilezione cade sempre sulla persona, anche se trasgressore e colpevole.
Gli stessi Vangeli attestano che, sul tema della misericordia, Gesù si è scontrato con gli uomini religiosi del suo tempo e con quanti si sentivano innocenti e irreprensibili. Gesù non stava con gli intransigenti della legge, perché al centro della sua sollecitudine non era la legge, ma la salvezza dell’uomo o della donna che incontrava. Non era ossessionato dal peccato, che certo pur condannava, ma sentiva come suo compito l’annuncio della buona notizia che l’amore di Dio salva.
Ma se andiamo più in profondità a livello di rappresentazione del legame sociale, se ci chiediamo quale figura accorda il nesso giustizia-legge-pena-colpevole, le provocazioni di papa Francesco ci danno da pensare.
«Nessuno davanti a Dio può considerarsi giusto – ha affermato – ma nessuno può vivere senza la certezza di trovare il perdono!». A Roma, presso il carcere Regina Coeli: «Non si può concepire una casa circondariale come questa senza speranza. Non c’è alcuna pena giusta – giusta! – senza che sia aperta alla speranza. Una pena che non sia aperta alla speranza non è cristiana, non è umana!».
Insomma per papa Francesco la misericordia non è chiudere un occhio, non è buonismo; ma una precisa categoria politica. Il compito di determinare il giusto a fronte del reato commesso, non termina con la comminazione della pena. Non si esaurisce nella condanna. Non è sufficiente il calcolo rigoroso e matematico delitto-castigo per una giustizia giusta.
La relazione umana, la giustizia fra uomini è in realtà sempre una relazione di riconoscimento e/o misconoscimento. Il riconoscimento che l’altro mi concede, questa immanenza della misericordia nel giudizio è condizione del mio esistere, apre lo spazio della riabilitazione, il recupero della mia dignità e responsabilità sociale. Senza dimenticare l’art. 24 della Costituzione, che nel suo parlare laico concorda nel dire che la pena deve essere umana e riabilitativa.
In sintesi, papa Francesco contesta l’individualismo radicale da cui dipende il calcolo inappellabile reato-pena del colpevole. Contesta la rassegnazione al conflitto quale figura primaria dei rapporti di convivenza, come l’ostracismo del colpevole e l’occultamento della responsabilità collettiva. Contesta il processo di immunizzazione delle relazioni di prossimità, l’idea che sia sufficiente definire unicuique suum tribuere, ad ognuno il suo. Contesta l’illusione che – una volta ristabilita la bilancia della giustizia con la condanna del colpevole – vivranno tutti felici e contenti. Passo. Cucchiaio. Rete.
Si potrà discutere sulle sfumature del linguaggio di papa Francesco, ma certamente le sue intriganti parole sulla qualità delle nostre relazioni e legami sociali, danno da pensare. Con emozione.

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