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Una nuova vita fuori dal carcere

I positivi risultati del Progetto Esodo per dare un futuro a chi ha sbagliato. Il progetto di reinserimento socio-lavorativo offre la possibilità per alcuni detenuti di lavorare per affrontare il dopo carcere

Parole chiave: Carceri (1), Detenzione (1), Progetto Esodo (2), Pena Riparativa (1)
immagine di una stretta dimano tra papa Francesco e un detenuto

Buttare via la chiave non è la soluzione: Esodo lo insegna

Oltre mille detenuti aiutati a rifarsi una vita onesta, lontana dal crimine. È questo il risultato tangibile di sette anni di Progetto Esodo: un programma rivolto a detenuti, ex detenuti o in esecuzione penale esterna che dispongono di poche risorse materiali proprie e familiari per tornare alla normalità.
Ricollocare queste persone nel tessuto sociale è nell’interesse della collettività. Lo dicono i dati sulla recidiva, ovvero la percentuale di ricaduta nei reati per cui si è già stati condannati. In Italia chi sconta la pena soltanto in carcere, nel 68% dei casi finisce di nuovo dietro le sbarre. Al contrario, solo il 19% di chi è ammesso a misure alternative torna a delinquere. A Verona, per gli ex detenuti che hanno usufruito del Progetto Esodo la percentuale si abbassa al 13,7% a distanza di tre anni.
È dal 2011 che le Caritas diocesane di Verona, Vicenza e Belluno-Feltre si sono messe in rete col Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria del Triveneto per promuovere percorsi strutturati di inclusione socio-lavorativa. Grazie al sostegno di Fondazione Cariverona, che ha erogato oltre 8 milioni di euro in questi anni, è stato possibile mettere in piedi una serie di misure di intervento, suddivise in quattro settori.
C’è l’accoglienza in ambito residenziale, istituita per garantire un domicilio rispondente ai requisiti (tra questi, l’assenza di altri pregiudicati), indispensabile per scontare la pena fuori dal carcere. A Verona sono 35 le accoglienze effettuate ogni anno nei quattro appartamenti messi a disposizione dalle cooperative sociali Il Samaritano e Milonga.
Altro tassello prezioso è l’area formazione, con percorsi finalizzati ad apprendere un mestiere; l’Esev (Ente scuola edile veronese), ad esempio, ha formato diversi detenuti alle professioni legate all’edilizia. Tra i casi di successo c’è chi, dopo aver seguito i corsi, si è aperto un’impresa in proprio, assumendo addirittura 12 dipendenti.
L’area lavoro è l’altro grande ramo del Progetto Esodo: laboratori occupazionali, tirocini, intermediazione nella ricerca di occupazione. All’interno della casa circondariale di Montorio opera l’impresa sociale Reverse, che nel laboratorio di falegnameria realizza prodotti di design, assumendo i detenuti. All’esterno, il consorzio di cooperative sociali Sol.Co, la cooperativa Energie sociali e la cooperativa Insieme promuovono invece inserimenti territoriali.
Il quarto ambito è quello del sostegno, dell’assistenza sanitaria e dell’integrazione sociale. L’associazione La Fraternità, tra le varie opere, offre supporto psicologico individuale e di gruppo ai detenuti; la San Vincenzo, invece, distribuisce il vestiario, garantendo un kit di biancheria a chi entra in carcere.
L’impatto sociale del Progetto Esodo è stato misurato da Euricse, l’Istituto europeo di ricerca sull’impresa cooperativa e sociale, che ha presentato i risultati la scorsa settimana a Verona, dove sono nove le realtà in prima fila. «La ricaduta diretta sugli utenti è stata in media di 10 mesi di assistenza sanitaria, di oltre 7 mesi nei servizi mensa e attività assistenziali e servizi residenziali, tra i 4 e i 6 mesi per le attività di avviamento e formazione al lavoro, di avviamento al lavoro ed educative – chiarisce Sara Depedri, coordinatrice del gruppo di studio –. La rete di 25 enti coinvolti a livello regionale ha avuto un impatto occupazionale importante: i lavoratori che hanno svolto attività retribuite per Progetto Esodo sono cresciuti nel tempo e oggi quelli remunerati sono 122».
Vincere lo stigma della reclusione resta la resistenza più grande da abbattere. «Chi esce dal carcere ed è intenzionato a seguire un percorso di vita regolare ha bisogno di un accompagnamento mirato», osserva il pedagogista Alessandro Ongaro, responsabile delle attività educative e sociali del Samaritano, nonché coordinatore provinciale del Progetto Esodo. «Per cambiare vita e diventare autonomi non bastano soltanto un letto e un lavoro: il cammino da compiere è più ampio e necessita di un affiancamento mirato per permettere alla persona di cambiare – aggiunge –. I benefici, va sottolineato, non sono solo per i detenuti, perché ricadono nel medio e lungo periodo sulla comunità: favorire il reinserimento sociale di queste persone ha riflessi positivi per tutti».
Prevenire la marginalità resta l’obiettivo primario dell’iniziativa, che da due anni a questa parte può contare su una veste giuridica più formale, con la nascita della Fondazione Esodo. «Attraverso questa rete di attori sociali si rende concreta la funzione rieducativa della pena prevista dalle norme – chiosa don Enrico Pajarin, presidente della Fondazione e direttore della Caritas diocesana vicentina –. Siamo chiamati a concretizzarla sempre di più, affinché la nostra società sia caratterizzata da giustizia e pace sociale».
Adriana Vallisari

La giustizia riparativa che mette di fronte gli autori del reato e le loro vittime

Chi compie un reato viene condannato e paga la sua pena. Ma non tutto si risolve alla scadenza stabilita: qualcosa rimane sempre in sospeso. Sia per il reo che per la vittima. È qui che entra in gioco la giustizia riparativa. Una giustizia parallela, che si affianca a quella ordinaria per tentare di curare il male che quel reato ha provocato.
Un caso noto di ricerca coraggiosa della strada del perdono è quello avvenuto fra Agnese Moro, terzogenita dello statista democristiano Aldo Moro, e l’ex brigatista rosso Franco Bonisoli, implicato nell’omicidio. Affiancati da persone preparate, i due hanno affrontato un lento percorso di liberazione, arrivando a incontrarsi e a perdonarsi.
Sanare le conseguenze negative di un reato, mettendo in contatto l’autore – diventato consapevole dei danni arrecati – con la vittima è l’obiettivo di “Stretta di mano”, un progetto sperimentale di giustizia riparativa presentato lunedì scorso a Verona. È il frutto di una progettazione condivisa tra l’Ufficio di esecuzione penale interdistrettuale, il Centro per la giustizia minorile per il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e le province autonome di Trento e Bolzano, il Centro di giustizia riparativa dell’Alto Adige, gli Uffici di servizio sociale per i minorenni di Venezia e l’Istituto Don Calabria (Casa San Benedetto).
«Nel 2014 la legge ha aperto alla giustizia riparativa anche per gli adulti, cambiando la logica preesistente e puntando a ricostruire la relazione interrotta con la società – spiega Stefania Zambelli, assistente sociale referente per la giustizia riparativa e la mediazione penale nella nostra provincia –. Si è iniziato così a parlare di ferite e di ascolto, togliendo la vittima dallo sfondo: la giustizia riparativa è potenzialmente ricostruttiva, perché offre una possibilità di pacificazione enorme».
A Verona finora sono state individuate e preparate sei persone autrici di reato. Grazie alla presenza dell’Asav (Associazione scaligera vittime di reato), anche chi ha subito il crimine è stato seguito passo dopo passo. «Soltanto quando entrambe le parti sono pronte, l’incontro faccia a faccia può avvenire – chiarisce Zambelli –. Al termine dei colloqui a noi viene comunicato solo se l’esito è stato positivo o negativo, i contenuti restano riservati. Dei sei casi finora seguiti, cinque sono state mediazioni dirette, una indiretta: ha messo cioè in confronto il reo con un gruppo di persone rappresentative del reato compiuto». [A. Val.]

Una nuova vita fuori dal carcere
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