Commento al Vangelo domenicale
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La vita trinitaria di Dio offerta a tutti i credenti

Giovanni 3,16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Parole chiave: Vangelo della Domenica (281), Santissima Trinità (7)
La vita trinitaria di Dio offerta a tutti i credenti

Dopo la festa di Pentecoste anche questa domenica si celebra una solennità importante, quella della Santissima Trinità, in cui ci si sofferma a glorificare il Dio cristiano che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Parlare di Trinità non è semplice, ma non si cada nemmeno nell’errore di pensare che significhi solamente avventurarsi in questioni teologiche sottili, astratte e troppo alte, inaccessibili ai più.
Il Signore celebrato nella liturgia di questa domenica è un Dio che da sempre è in relazione con gli uomini, che addirittura si fa umano con l’incarnazione, che dona il suo Spirito ai discepoli, ma che al contempo vive Egli stesso al suo interno la dimensione relazionale. Tale realtà trova forma e sostanza nell’amore: non a caso il brano evangelico di oggi inizia con le parole «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito».
L’amore che Dio manifesta si evince dal suo stare al fianco di Israele anche quando questo popolo si rivela empio, testardo, ottuso; la fedeltà del Padre si esplica nella sua grande misericordia che supera di gran lunga la misura del giudizio (Es 34,6-7). L’evangelista Giovanni, nel brano odierno, attesta che l’intera missione di Gesù, Figlio di Dio, è un segno effettivo dell’amore del Padre, e la grandezza di ciò diviene evidente soprattutto nella morte di croce. Quello trinitario è un Dio che ama in maniera assolutamente sbilanciata l’uomo: di fronte a Lui non esiste reciprocità, corrispondenza o contraccambio; il suo è un amore unilaterale che non condanna, ma offre salvezza.
All’uomo è chiesto di credere: non di aderire ad una dottrina, ma ad una persona, Gesù, che è Colui che narra in maniera umana il vero volto del Padre e la sua volontà. Tale richiesta è finalizzata alla possibilità di accesso alla vita eterna. A questo proposito è rilevante notare la discrepanza tra l’opinione dei farisei e quella di Gesù: mentre i primi intendono la vita eterna come una sorta di premio da ottenere in futuro a seguito della certificazione del retto comportamento tenuto durante l’esperienza terrena, il Maestro la considera una dimensione sperimentabile già nel presente poiché l’aggettivo “eterna” indica la qualità incorruttibile della vita e non la sua durata.
Nei versetti 17 e 18, Gesù ricorre all’ambito lessicale del giudizio per indicare il rischio a cui ciascuno può andare incontro nel momento in cui dovesse chiudersi alla fede in Lui. Alcune espressioni potrebbero essere suscettibili di fraintendimento, perciò, a rischio di sembrare banale, è opportuno ribadire che la finalità dell’invio del Figlio da parte del Padre è la salvezza dell’uomo, non la sua condanna. Giovanni, pertanto, ricorrendo all’utilizzo del verbo “giudicare” intende riferirsi al suo significato originario di “distinguere”, palesando il criterio del processo che porta alla salvezza: il credere o non credere in Gesù. Stanti così le cose, il giudizio non si attua in un momento futuro, ma già nel presente, nel tempo in cui ciascuno decide se accedere o meno al piano di salvezza di Dio che passa attraverso la fede in suo Figlio. Chi sceglie di non credere si esclude autonomamente, non a seguito di una condanna derivata da altri: è lui stesso che si preclude la possibilità di entrare nella vita eterna.
Di nuovo torna una dimostrazione dell’amore di Dio che non è totalitario, non obbliga, ma rispetta la libertà dell’uomo e quanto egli decide. Questo modo di agire dovrebbe essere normativo per la Chiesa, in quanto anch’essa è chiamata a stare tra la gente non tanto per giudicare, quanto piuttosto per essere segno di speranza e di salvezza per l’uomo, narrando a chiunque la straordinaria misericordia di Dio. Come Cristo, offrendo la sua vita ha generato e trasmesso nuova vita, così la Chiesa ha il mandato di essere portatrice e rivelatrice di senso e di libertà per ogni uomo.

Dipinto: Vrancker van der Stock, Trono di grazia (1485-95) Museo Diocesano, Caltagirone

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