Commento al Vangelo domenicale
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Un amore incredibile manifesta il Dio di Gesù

4 domenica di Quaresima
Giovanni 3,14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Parole chiave: Nicodemo (1), Don Adelino Campedelli (78), Vangelo (333), Domenica (52), Parola (13)

Il capitolo terzo del Vangelo di Giovanni, dal quale è tratto il brano che viene letto in questa domenica, contiene il noto episodio dell’incontro di Nicodemo con Gesù e, come il successivo capitolo che riporta l’incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, rappresenta un punto importante della narrazione dell’evangelista Giovanni.
E da angolature diverse e con accenti diversi la liturgia di oggi, soprattutto attraverso le letture proclamate, invita a meditare sull’amore fedele e “serio” di Dio nei confronti dell’uomo: un amore che sa essere severo, ma che vuole donare la salvezza fino al sacrificio di sé.
E Giovanni nel suo Vangelo ci mostra la misura dell’amore di Dio per gli uomini mediante un segno, anzi il segno per eccellenza: il dono del suo stesso Figlio per la salvezza di chi crede e di questo parla Gesù a Nicodemo alla fine del suo incontro notturno: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15).
Chi è Nicodemo? È chiaramente lo scriba ideale che, come indicava una annotazione per i rabbini, dedica un terzo della notte allo studio della Parola di Dio, individuata ora nelle persona di Gesù; e se anche talvolta nel colloquio sembra dar prova di una qualche ingenuità, prontamente richiamata dal Signore, questo torna utile allo svolgersi del discorso perché dà modo a Gesù di esplicitare il suo annuncio.
Nell’episodio del Primo Testamento citato nelle parole di Gesù sopra riportate, egli fa riferimento al serpente di bronzo che Dio fa innalzare a Mosè, perché chiunque lo guardi sia salvato dai morsi dei serpenti velenosi che aggredivano il popolo e prendendo spunto da questo singolare evento vuole spiegare la necessità del suo innalzamento sulla croce per ottenere la salvezza degli uomini, morti per il peccato a causa dei morsi del maligno.
Fin dall’inizio del Vangelo è dunque chiara la meta della missione di Gesù: la croce come rivelazione suprema dell’amore di Dio che dà salvezza. Solo in questo senso si capisce la “necessità” cui il Figlio si sottopone e che anzi accoglie liberamente e per amore del Padre e dei suoi fratelli.
In quel “bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” non è annullata la sua libertà, ma è espressa tutta la “serietà” di un amore che spinge fino al sacrificio di sé. Si potrebbe dire, in altre parole: perché ogni credente potesse avere in dono la vita eterna, si è dovuto arrivare a tanto (la croce) e, in questo, si è manifestato chi realmente è Dio e qual è la misura del suo amore per il mondo. Egli infatti “non ha mandato il suo Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17). Ciò che muove Dio e spinge il Figlio a donare la vita è unicamente la salvezza, non la condanna.
In realtà chi sceglie di non credere nel Figlio di Dio si condanna da sé, escludendosi dalla salvezza che gli viene offerta.
La venuta di Cristo, luce del mondo, provoca nella storia dell’uomo un “giudizio”, una separazione tra coloro che scelgono la luce e quelli che preferiscono le tenebre. Questo è tanto più vero se la luce è Cristo stesso, perché egli illumina il cuore di ogni uomo e svela le sue segrete intenzioni. Chi opera il male non vuole essere visto dagli altri e soprattutto non ama vedere dentro di sé. “Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono fatte in Dio” (Gv 3,21).
Possiamo concludere allora che chi si attende un Dio pronto a giudicare e a castigare si sbaglia, e di grosso. Dio ama il mondo di un amore smisurato. Per questo ha mandato il suo Figlio. E il suo Figlio è diventato un uomo proprio per manifestare agli uomini, fino in fondo, l’amore del Padre, la sua misericordia, il suo progetto di gioia e di pace per l’umanità.
E a questo punto ci domandiamo, anche con una certa sorpresa, come possano dei cristiani e talvolta persino uomini con responsabilità nella Chiesa, contestare l’insistente annuncio di papa Francesco a riguardo dell’amore e della misericordia di Dio.
In un mondo spesso arido nei suoi sentimenti, chiuso nella ricerca ossessiva dei suoi interessi materiali, con una tendenza ad emarginare, “scartare”, chi non riesce a stare al passo e tuttavia così bisognoso di sentimenti veri, di una attenzione particolare a curare le sue ferite, spesso frutto di violenza e di sopraffazione, che cosa può portare di specifico il cristiano se non la realtà di un amore gratuito e senza limiti, specchio appunto della misericordia di Dio, di un “cuore” che sa provare tenerezza per le sue creature?
Come Chiesa, comunità e comunione di uomini, peccatori salvati, portiamo al mondo la testimonianza viva di questo amore senza limiti e avremo dato realmente l’unica cosa necessaria all’umanità del nostro tempo.

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