Commento al Vangelo domenicale
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Gesù crocifisso l’unico in grado di riconciliare cielo e terra

Giovanni 3,14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Parole chiave: Vangelo della Domenica (283)
Gesù crocifisso  l’unico in grado di riconciliare cielo e terra

La liturgia di questa domenica presenta un brano narrato nel terzo capitolo del vangelo di Giovanni che segna la conclusione del lungo incontro tra Gesù e Nicodemo, il fariseo membro del Sinedrio. La vicenda è descritta all’inizio del capitolo come uno scambio, un dialogo tra i due protagonisti, mentre la parte che viene proclamata nell’Eucaristia domenicale riporta sostanzialmente un monologo del Nazareno che non vede alcun intervento da parte del fariseo.
Come probabilmente accaduto la settimana scorsa, anche di fronte al vangelo di questa domenica si ha la sensazione di trovarsi dinnanzi ad un testo complesso e difficile. Il quarto evangelista, infatti, è solito scrivere offrendo delle prospettive profonde che chiedono la pazienza di essere portate alla luce. Il tono e il contenuto delle parole di Gesù, considerata la collocazione all’inizio del Vangelo, possono lasciare stupiti: è vero che dal prologo il lettore già sa che i suoi non l’hanno accolto (Gv 1,11) ma siamo pur sempre all’inizio del ministero pubblico e già emerge con grande chiarezza quale destino di sofferenza attende il Maestro.
Siamo davanti ad una anticipazione della passione affine solo per certi aspetti a quelle presenti nei vangeli sinottici. Nelle opere di Matteo, Marco e Luca, Gesù annuncia per tre volte la necessità della passione, morte e risurrezione provocando sconcerto e timore tra i discepoli. Anche il quarto evangelista riporta per tre volte l’annuncio della doverosità di questi eventi relativi alla fine della vicenda del Nazareno, ma l’ottica che suggerisce per guardarli è profondamente differente: ciò che è descritto come infamia, supplizio destinato al dimenticato da Dio, Giovanni lo chiama innalzamento che conduce alla glorificazione. La collocazione sulla croce che inchioda il Messia a mezz’aria, perché ritenuto indegno sia della terra che del cielo, agli occhi dell’autore rappresenta il luogo autenticamente rivelatore di chi è il Nazareno, ossia l’unico in grado di riconciliare cielo e terra. Nella visione di Gesù appeso al legno, innalzato fisicamente Giovanni ritrova la verità dell’identità del suo Maestro: Egli è colui che Dio ha amato, donato agli uomini e infine messo in alto e glorificato.
Questo è lo sguardo paradossale che guida il quarto evangelista nella stesura della sua opera. E questa è la buona notizia che Gesù intende rivelare a Nicodemo, il fariseo esperto di Scritture che il Nazareno non esita a chiamare ignorante (Gv 3,10). Al fine di far comprendere al suo interlocutore in che cosa consista questa necessità della passione e morte del Figlio dell’uomo, Gesù effettua un paragone con quanto narrato nel libro dei Numeri. La vicenda narra del popolo che mentre peregrina nel deserto mormora contro Dio e contro Mosè perché l’ha fatto uscire dall’Egitto per farlo morire di fame. A causa di questa ribellione, in seguito, molti Israeliti muoiono morsi da serpenti velenosi e quindi chiedono a Mosè di pregare affinché tale flagello cessi. Il Signore ordina, quindi, a Mosè di costruire un serpente di bronzo e di metterlo in alto sopra un’asta in modo che chiunque, dopo essere stato attaccato, lo possa guardare e restare in vita. La figura del serpente innalzato nel deserto che dona vita è perciò accostata a quella del Figlio dell’uomo che deve essere innalzato per rivelare la sua gloria. La vicenda del serpente sul bastone di Mosè aiuta a provare a comprendere in un’ottica di salvezza lo scandalo della morte in croce di Gesù. Per il quarto Vangelo la passione e morte del Messia non possono essere separate dalla resurrezione: solo se considerate assieme possono condurre alla glorificazione.
Dalle parole di Gesù emerge distintamente che quanto avverrà sulla croce non sarà da intendere come il grande abbandono del Figlio da parte del Padre, bensì come il segno di un amore unico e includente perché destinato a tutta l’umanità. Gesù non è venuto principalmente ad operare un giudizio nei confronti del mondo, ma a offrire salvezza: una salvezza che è e resta nell’ordine della possibilità. L’uomo è chiamato a scegliere e questo non è affatto semplice e immediato come si potrebbe ipotizzare. Ci sono questioni, infatti, che da moltissimo tempo interpellano i credenti. È lecito chiedersi: come è possibile che le persone che optano per seguire la via della salvezza siano sempre troppo poche? Come si può parlare di un Dio che offre vita, salvezza, futuro mentre la storia e la cronaca quotidiana suggeriscono il contrario? Forse non è poi così vero che Dio vuole salvare tutti? O forse si deve ipotizzare che Dio non sia così onnipotente come ci è stato descritto poiché non riesce a scalfire l’ostinata resistenza che alcuni uomini oppongono? Sono domande da accogliere, dubbi da custodire con la consapevolezza che ciascuno è chiamato a scegliere e a schierarsi, a decidere se stare dalla parte della luce o delle tenebre. Non sono ammessi comportamenti da ignavi, non è possibile restare neutrali. Ognuno ha tra le mani il suo futuro ed è artefice del giudizio che gli spetta.

Dipinto: Crijn Hendricksz Volmarijn, Cristo e Nicodemo (1616-1645), olio su tavola

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