Commento al Vangelo domenicale
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La tentazione di ridurre Gesù alle nostre misure e convinzioni

Marco 6,1-6

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Parole chiave: Vangelo (402), Domenica XIV del Tempo Ordinario (1)
La tentazione di ridurre  Gesù alle nostre misure e convinzioni

L’inizio della vita pubblica di Gesù, nell’opera dell’evangelista Marco, è marcato dallo spostamento da Nazaret al fiume Giordano. In tale luogo il Nazareno riceve il battesimo dal cugino Giovanni e lo Spirito di Dio che scende su di Lui. Da quel momento in poi Gesù è sempre in movimento: cammina, arriva, va, giunge, esce, entra, si allontana per ritirarsi.
Il brano di vangelo di questa domenica presenta il Nazareno ancora intento in uno spostamento che lo conduce nella sua patria, nel luogo da cui è partito tempo prima. Sebbene nel testo non si faccia esplicita menzione del nome della cittadina di Nazaret, la sensazione che il lettore del vangelo di Marco ha a questo punto è quella di ritorno che chiude un cerchio, che segna una cesura, un inizio di un tempo nuovo.
Gesù torna nei luoghi che lo hanno visto crescere e nel giorno di sabato si mette ad insegnare in sinagoga. Anche in questa occasione Marco non specifica il contenuto dell’insegnamento del Nazareno, ma concentra l’attenzione sulle reazioni che le sue parole suscitano tra i presenti. La percezione dell’autorità e della forza del discorso di Gesù è proporzionale allo stupore che pervade i suoi concittadini. Questi pongono domande che potrebbero denotare interesse e desiderio di ricerca, ma in realtà palesano una sostanziale incapacità di comprensione rispetto all’identità del Maestro.  Gli abitanti di Nazaret mostrano di non riuscire a legare le azioni potenti e la sapienza di cui sono testimoni alla figura di Gesù, quell’uomo figlio del falegname e di Maria, del quale conoscono anche i fratelli e le sorelle. Gli interrogativi che esternano appaiono come una misura di difesa, uno scudo che permette di loro di arroccarsi nelle convinzioni che già hanno, certi di quel (poco) che conoscono.
Nell’intenzione dell’evangelista le domande dei nazareni si rivolgono anche al lettore del vangelo il quale, in virtù di ciò che sa e ha letto fino a questo momento, può dare una risposta. Sin dai primi versetti della sua opera, infatti, Marco presenta Gesù come il Messia, il Figlio di Dio e più avanti descrive lo Spirito che, in occasione del battesimo, scende su di Lui mentre Egli viene indicato dalla voce dal cielo come l’amato, colui in cui Dio si è compiaciuto. La dinamica che si viene a creare appare quasi paradossale: quanti hanno la possibilità di accesso ad una conoscenza vera e diretta della persona di Gesù, che ne conoscono la parentela e la provenienza, sono quelli che faticano a riconoscere il Nazareno per chi è; mentre coloro che giungono alla relazione con il Maestro tramite gli scritti che parlano di Lui riescono a definirne una immagine più autentica. A ben vedere, il comportamento dei concittadini di Gesù è piuttosto simile a quanto avviene anche oggi. Spesso, di fronte ad una persona che si conosce fin dalla fanciullezza, capita di avere la presunzione di conoscere tutto di lei, di essere tentati di ingabbiarla all’interno dell’immagine che di lei ci si è creati, di non aver bisogno di attendere una sua reazione perché già la si conosce. Similmente con Gesù è molto facile cedere alla tentazione di addomesticare Lui e la sua parola per renderli conformi a quanto crediamo sia giusto e opportuno, oppure di creare un Figlio di Dio a nostra immagine e somiglianza dimenticando che il percorso cui il credente è chiamato è esattamente l’inverso e necessita di conversione costante. Paradossalmente, quindi, coloro che hanno una conoscenza diretta del Maestro sono tra quelli che non riescono o rifiutano di mettersi alla sua sequela.
Di fronte a una tale chiusura Gesù si comprende come il profeta che viene disprezzato in patria, nel luogo che gli è più familiare, e finisce per condividere la condizione dello straniero che parla una lingua che non viene compresa. Una simile incredulità radicale non può essere priva di conseguenze. Di fronte ad essa sembra che Gesù non possa fare nulla, che abbia le mani legate. I suoi gesti potenti sono sempre stati generati all’interno di una dimensione dialogica in cui tra malato e taumaturgo si è creata una relazione fatta di parole, gesti, ma soprattutto fiducia. L’incredulità appare invece come un grandissimo ostacolo, una zavorra che impedisce o limita fortemente l’azione del Maestro. Solo pochi vengono guariti: questo perché la mancanza di fede non riesce mai totalmente a bloccare la potenza di salvezza di Gesù.
Marco con questo testo chiama il lettore e il credente alla responsabilità: seguire il Messia significa mettersi sempre dietro il Maestro, senza presunzione di conoscere quello che accadrà; significa impegnarsi e non limitarsi a stare ai margini; significa misurarsi con le difficoltà scacciando la tentazione di rimpicciolire Dio ai nostri desideri, idee e dimensioni.

Dipinto: Cristo nella sinagoga di Nazaret, affresco, monastero di Visoki Decani

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