Commento al Vangelo domenicale
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Gesù è colui che dà la vita per il gregge affidatogli

Giovanni 10,11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Parole chiave: IV Domenica di Pasqua (7), Vangelo (392)
Gesù è colui che dà la vita per il gregge affidatogli

Nella quarta domenica di Pasqua il vangelo di Giovanni narra un episodio della vicenda terrena di Gesù in cui Egli si presenta come pastore. Attraverso questa immagine il Nazareno intende svelare ai discepoli la sua dimensione identitaria strettamente legata alla figura di Dio, suo Padre.
L’utilizzo della formula «io sono» da parte di Gesù crea immediatamente un richiamo alla risposta che il Signore ha dato a Mosè quando, dinnanzi al roveto ardente, gli ha comunicato il suo nome (Es 3,14). Il Maestro si rivela, dunque, come pienamente appartenente alla condizione divina, a quel nome che dice identità ed essenza di Dio. L’io sono pronunciato da Gesù attesta una promessa ed un impegno da parte sua ad essere, oggi come ieri, presente tra le sue pecore.
La traduzione più conosciuta di buon pastore potrebbe risultare un po’ fuorviante, in quanto l’evangelista non intende dare prova della bontà del Messia. Gesù letteralmente si auto-presenta come il pastore bello, quindi vero (in greco kalos), ma che significa? Il libro di Ezechiele, al capitolo trentaquattresimo, presenta il Signore che rimprovera i pastori del popolo perché appaiono più interessati a curare gli interessi personali piuttosto che il loro gregge. Ad essi promette che arriverà un tempo in cui Lui stesso si prenderà cura del suo gregge e sarà l’unico vero pastore. Ecco, quindi, che con le sue parole il Nazareno sostanzialmente afferma di essere tale pastore autentico, quello da prendere come modello poiché veramente in grado di assumere su di sé la responsabilità del gregge di Dio.
Il Maestro si inserisce nel solco di coloro che hanno operato il bene nei confronti del popolo – come Mosè e Davide – ma va oltre, perché non cede alla debolezza umana e la sua volontà di proteggere e offrire salvezza al gregge che gli è stato affidato arriva alla disponibilità di dare la vita. Non solo conduce le sue pecore e le fa sfamare, trascorre con loro intere giornate e lunghe notti; non solo passa il tempo costantemente in mezzo a loro, ma è disposto a morire per loro. Ed è questo che permette di marcare la distanza tra il buon pastore e il salariato.
Il mercenario svolge le sue mansioni mosso dall’interesse del compenso: il gregge per lui non conta perché non gli appartiene, non ha alcuna relazione con le pecore, gli basta governarle, nulla più. In caso di pericolo il salariato è il primo a scappare perché non riconosce nulla di importante da dover mettere in salvo; ciò che lo motiva è solo il desiderio di ricevere la paga che gli spetta per aver svolto il suo lavoro. Non ama le sue pecore e appena possibile si discosta da esse. Forse anche alla luce di queste delucidazioni si può comprendere l’esortazione che papa Francesco ha fatto ai sacerdoti perché siano sempre più “pastori con l’odore delle pecore addosso”, guide che non si tengono ai margini del loro gregge, ma che stanno nel mezzo, solidarizzando con ogni vita che è stata loro affidata.
Il buon pastore è tale perché e fintanto che conosce e si lascia conoscere dalle sue pecore. È una conoscenza che implica condivisione, coinvolgimento personale, esperienze di comunione che si traducono in relazioni dinamiche e vitali. È una conoscenza reciproca poiché chi fa parte del gregge impara a conoscere il pastore, la sua voce, il suo modo di fare, i suoi sentimenti e desideri, i suoi obiettivi. Pastore e pecore conoscono e riconoscono la presenza l’uno dell’altro sebbene sia abitata da silenzi o da piccole distanze. Tale conoscenza tra Gesù e le sue pecore ha inoltre una dimensione straordinaria poiché è della stessa natura di quella che lega il Figlio al Padre.
Così si comprende la conclusione del brano giovanneo: a seguito della rivelazione di sé fatta da Gesù stesso, ora con altre parole Egli esprime la sua intimità e comunione con Dio che riguarda necessariamente anche l’esperienza della sua morte e risurrezione, segno dell’amore del Padre per gli uomini. La morte di Gesù non è paragonabile a gesti eroici di donne o uomini che sono stati disposti a morire per un ideale; la morte del Messia è un evento che appartiene alla realtà del dono, della scelta libera fatta per amore. Ciò che mette fine alla vicenda terrena di Cristo non è casuale ma dipende e resta sempre sotto l’egida di Dio Padre, cui Gesù volontariamente sceglie di obbedire. La libertà di azione del Figlio emerge anche dal suo potere di deporre e riprendere la vita; potere che nasce dall’amore e in esso trova il suo senso. Non ci sono ideali, convinzioni, verità sacre che tengano: è solo quando si ama in maniera autentica che si è disposti a dare tutto di sé a favore di quanti si amano.

Didascalia: Gesù, il buon pastore (V sec.), mosaico, Ravenna, Mausoleo di Galla Placidia

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