Commento al Vangelo domenicale
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Amati da Cristo e custoditi nell’unico ovile

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Parole chiave: IV Domenica di Pasqua (5), Vangelo della Domenica (240)
Amati da Cristo e custoditi nell’unico ovile

L’annuale Giornata delle vocazioni è, nella liturgia, dominata dalla lettura di una parte della “parabola del pastore” che Gesù pronuncia presso il tempio di Gerusalemme. La parabola si muove su uno sfondo molto familiare. Al tempo di Gesù faceva parte della vita quotidiana incrociare le greggi con i loro pastori fuori dai centri abitati. Verso sera si potevano vedere le pecore accompagnate nel recinto per la notte (talvolta un solo recinto serviva per più greggi). E al mattino le si vedeva ripartire per il pascolo. Ogni pecora sapeva riconoscere l’inconfondibile voce del suo padrone e lo seguiva senza esitazione.
I pastori non erano quasi mai proprietari delle pecore che guidavano. Pertanto, quando apparivano all’orizzonte i lupi o i briganti spesso fuggivano, abbandonando così il gregge alla mercé e agli appetiti degli incursori. Quindi evocare le due tipologie di pastore (il buono e il cattivo) permetteva agli ascoltatori di comprendere con maggiore chiarezza i messaggi proposti da Gesù.
Al di là della scena della vita dei campi a cui Gesù fa riferimento, vi è il tema del “Buon pastore” che attraversa l’Antico Testamento. I motivi più sottolineati sono la conoscenza reciproca tra il pastore e le pecore, la preoccupazione di Dio per il suo gregge, la condanna dei falsi pastori, l’impegno da parte di Dio di radunare il gregge dopo la dispersione. La parabola di oggi raccoglie queste sottolineature, unificandole e approfondendole.
Il Vangelo, infatti, descrive la figura del pastore buono: egli custodisce il gregge in tutte le forme possibili, ed è pronto a morire pur di proteggerlo. In opposizione, si presenta la figura del pastore-mercenario. Al di là della sua possibile identificazione concreta (per alcuni si riferisce ai farisei, ritenute guide cieche), è chiaro che l’elemento decisivo è mettere a confronto due modalità tra loro opposte. Da un lato c’è il pastore vero, per il quale il gregge è la ragione della vita. Dall’altro lato c’è il pastore mercenario, preoccupato soltanto del suo salario e dei suoi interessi.
Gesù conosce le pecore, le ama, le chiama per nome. E le pecore riconoscono Gesù. Sanno che non le abbandonerà mai. Egli è l’esatto opposto della tragica controfigura del pastore, qual è il mercenario. Questi è solo preoccupato di se stesso. Per lui il gregge è solo un possesso da sfruttare. Addirittura da sacrificare senza esitazione per i propri fini.
Gesù sottolinea un altro aspetto essenziale: tra il pastore e le pecore c’è uno stretto legame di conoscenza. Il verbo conoscere, che qui ritorna ben quattro volte, nel linguaggio biblico abbraccia un arco vasto di esperienze che vanno dall’affetto all’azione e dall’intelletto al cuore.
Il Buon pastore è un soggetto frequente nell’iconografia cristiana dei primi secoli, realizzato in pittura, scultura e mosaico. Ne esistono sostanzialmente due versioni: la prima mostra il Buon pastore attorniato dal gregge; la seconda raffigura il pastore con sulle spalle la pecorella che si era perduta, in riferimento alla ben nota altra parabola della pecora smarrita. Tali immagini evidenziano l’unione intima tra il pastore e il suo gregge; e la comunione tra il pastore e la pecora smarrita, che è la sua creatura prediletta. Gesù è il vero pastore di tutte le pecore, anche di quelle che, a causa degli smarrimenti della vita, non sono, per ora, dentro al suo rassicurante ovile.

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