Commento al Vangelo domenicale
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Dare il sangue è donare la vita

Giovanni 6,51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parole chiave: Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (3), Vangelo (219)
Dare il sangue è donare la vita

Il sangue circola in tutto il corpo, lo alimenta, gli permette il movimento, la percezione sensoriale, il lavoro costante degli organi vitali e degli apparati. Perché tutto l’organismo umano sia vivo è necessario che il sangue scorra in tutte le arterie per arrivare a tutto il corpo. Il sangue è la vita fisica. È l’energia vitale.
La madre dona il suo sangue al bambino che porta in sé. Una trasfusione di sangue può salvare la vita di una persona. Donare il sangue è donare la vita. Esser pronti a versare il sangue equivale a rendersi disponibili a donare l’intera propria vita. Tantissime persone hanno sparso il loro sangue in nome delle loro idee e convinzioni civili o religiose. Pertanto il sangue (fatto versare con la violenza) è anche il simbolo dell’ingiustizia, della prevaricazione, dell’indifferenza, della durezza di cuore, dell’odio irrefrenabile. È un simbolo del male presente nel mondo.
Ma il sangue è anche segno dell’alleanza, che è un patto tra due o più persone o tra popoli. A volte l’alleanza viene sancita mescolando il sangue delle parti, pronte a dare la vita l’una per l’altra, nella piena coscienza di meritare la morte se il patto si spezza per colpa propria. Anche l’alleanza di Dio con il suo popolo eletto viene sancita nel sangue. Mosè e il popolo ebreo, cospargendo l’altare con il sangue degli animali sacrificati, attestano che l’alleanza divina è sancita e va sempre rispettata.
Gesù nella sua ultima cena con gli apostoli, prendendo in mano il calice, dice: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza». Qualche ora dopo irrorerà la croce col suo sangue, portando a compimento la promessa di donare la sua vita per tutti. Nel pane e nel vino, segni per eccellenza della condivisione, della festa e del sacrificio, Gesù mette non soltanto parte di sé, ma tutto il suo corpo e il sangue che scorre in esso.
Tutti gli evangelisti ricordano, seppur con modalità narrative diverse, il dono totale di Gesù e della sua carne. Mentre Marco, Matteo e Luca riportano le precise parole della promessa del dono della vita e i simboli in cui tale realtà si realizza nella narrazione dell’ultima cena, l’evangelista Giovanni, seguendo il suo originale percorso narrativo e pure teologico, precisa la medesima logica del dono in diverse circostanze della vita pubblica di Gesù. Tra queste ha una rilevanza del tutto speciale il grande discorso sul “pane di vita” che Egli tiene nella sinagoga di Cafarnao.
Tale discorso segue il miracolo della moltiplicazione dei pani. Gesù a partire da questo segno sviluppa alcuni temi ricordando la manna, il cibo celeste offerto agli ebrei pellegrini nel deserto. Nel discorso c’è il tema della fede in Lui e nella sua parola. C’è quello del rifiuto, espresso attraverso il verbo biblico “mormorare”, usato per l’incredulità degli Israeliti in marcia nel deserto. C’è il tema della grazia divina che attira il fedele, rivelandogli i misteri del Padre celeste. A dominare è soprattutto il tema del “pane di vita”: Gesù offre se stesso, donando la sua carne e il suo sangue, ovvero tutta la sua esistenza. Il suo corpo diventa cibo. Bevendo il suo sangue si rimane in Lui e si riceve la vita senza fine. Il calice della benedizione con cui lo si beve – come ricorda san Paolo nella prima lettera alla comunità di Corinto – è entrare e rimanere nella comunione con Cristo.
Comunicare al vino eucaristico, cioè al sangue di Cristo, significa contemplare la sua presenza nelle difficoltà e nelle sofferenze umane, ma anche in ogni gioia e nella felicità di tutti. Comunicare al sangue di Cristo porta ad essere solidali con tutto il sangue versato inutilmente e ingiustamente e, pure, ad essere compartecipi della beatitudine presente in tutte le situazioni umane. Il sangue versato da Gesù è sorgente di gioia per i credenti, che sanno di essere stati amati da Lui col dono totale della sua vita.
Don Maurizio Viviani

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