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Un umorismo nero che fa riflettere

Jojo Rabbit
(Nuova Zelanda / Usa / Rep. Ceca, 2019)
Regia: Taika Waititi
Con: Roman Griffin Davis, Scarlette Johansson, Thomasin McKenzie, Taita Waititi, Sam Rockwell
Durata: 108 minuti
Valutazione Cnvf: consigliabile/problematico/dibattiti

Parole chiave: Jojo Rabbit (1), Film (62), Cinema (73), Taika Waititi (1), Roman Griffin Davies (1)
Un umorismo nero che fa riflettere

Johannes Betzler (Roman Griffin Davies, al suo strepitoso esordio sul grande schermo) ha dieci anni quando inizia la storia qui raccontata. Vive con la madre Rosie (Scarlett Johansson), senza un padre che è al fronte. È talmente infatuato da Adolf Hitler da averne fatto il suo amico immaginario, che compare al suo fianco per dispensargli consigli sulla vita. Si è appena arruolato nella hitlerjugend, la gioventù hitleriana che deve provvedere all’educazione, anche militare, dei piccoli ariani che stanno crescendo.
Sarà proprio in uno dei campi di addestramento che riceverà il suo battesimo, dopo che non sarà riuscito a uccidere, come richiesto, un coniglio. Si chiamerà per sempre Jojo Rabbit, ad indicare la sua vigliaccheria.
Jojo è un piccolo nazista come si deve: non mette mai in discussione le opinioni di Hitler, è convinto senza remore della superiorità della razza germanica e, di conseguenza, odia tutto ciò che non ne fa parte: gli ebrei sopra tutti.
Ma in casa, anche se non sempre presente, per motivi misteriosi, ha una madre che (una delle più belle figure materne apparse sullo schermo negli ultimi tempi) non trascura di parlare con lui e di instillargli qualche dubbio sulla ineluttabilità della supremazia e della vittoria tedesca.
E a Jojo capita in sorte di scoprire che proprio a casa sua, nascosta in soffitta, è ospitata Elsa, una giovanissima ebrea (Thomasin McKenzie, un’altra rivelazione).
Avvalendosi della luminosa e coloratissima fotografia di Mikai Malaimare Jr, dei fantasiosissimi costumi di Mayes C. Rubeo, della musica di Michael Giacchino, Taika Waititi porta a termine con enorme e convincente successo l’impresa di farci ridere su uno dei periodi più tremendi della storia umana e, al tempo stesso, di farci riflettere sulla possibilità di mettere a frutto qualsiasi esperienza, anche la più devastante, per crescere, maturare, diventare umani.
L’album delle riflessioni e dei disegni di Jojo; le false lettere del fidanzato di Elsa che costruisce per approfondire il rapporto con la ragazza; l’essere o meno capace di allacciarsi le scarpe (che diventerà motivo fondamentale per la grande svolta della sua vita); i pochi, ma decisivi, insegnamenti che gli lascerà la madre, con, in particolare, un accenno alla danza come liberazione che segnerà per sempre la sua (e la nostra) memoria.
Sono solo alcuni accenni di quello che è un film ricchissimo di elementi da percepire e poi approfondire, passando per una serie di emozioni (dall’ilarità alla rabbia, dalla commozione all’entusiasmo) che contribuiscono a farne un vero capolavoro.

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