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Là dove tutto è sempre uguale ma non mancano le attese

Ariaferma
(Italia-Svizzera, 2021)
Regia: Leonardo Di Costanzo
Con: Toni Servillo, Silvio Orlando, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano, Roberto De Francesco, Pietro Giuliano
Durata: 117 minuti

Parole chiave: Ariaferma (1), Cinema (87), Film (80)
Là dove tutto è sempre uguale ma non mancano le attese

«È dura stare in carcere, eh…». Con queste parole il camorrista Carmine Lagioia (ottimamente interpretato da Silvio Orlando) si rivolge a colui che, a causa dell’anzianità, è a capo delle guardie di un penitenziario, Gaetano Gargiulo (un bravissimo Toni Servillo). Considerazione che racchiude l’essenza stessa del bel film di Leonardo Di Costanzo. Carcerati o carcerieri, in qualsiasi caso la vista all’interno di quelle quattro mura è asfittica, artificiale e abbisogna di grande umanità perché non diventi più insopportabile di quanto già non sia.
Una sceneggiatura lineare, che sembra quasi incapace di riservare sorprese. Un vecchio e malridotto carcere sta per essere dismesso. Neanche il tempo di terminare i festeggiamenti che, a causa di un intoppo burocratico, viene procrastinato a data da destinarsi il trasferimento degli ultimi dodici detenuti e della polizia penitenziaria della struttura. La riduzione del personale costringe tutti gli inquilini della casa circondariale a trovare una nuova modalità di convivenza: pur nella diversità dei ruoli, diventa necessaria la revisione di alcune regole e di alcune modalità operative.
Il capo della polizia Gaetano Gargiulo e un detenuto di lunga data, Carmine Lagioia, quasi un leader del gruppo dei carcerati, si trovano a collaborare per una convivenza umana all’interno dell’edificio fatiscente.
Come il titolo stesso dice, in quell’ambiente l’aria è ferma, ovvero non ci sono cambiamenti o variazioni. Il ritmo di vita è sempre il medesimo, i giorni sempre uguali a loro stessi. Quello che accomuna tutti i personaggi della storia è l’atteggiamento dell’attesa di qualcosa di più o meno incerto nei tempi: l’attesa del comunicato di chiusura e trasferimento dei detenuti, l’attesa del nuovo ordine di servizio dei poliziotti, l’attesa della fine della pena per i carcerati… Quasi come Il Deserto dei Tartari o Aspettando Godot.
Il pregiudizio, poi, potrebbe essere considerato il secondo grande tema che lungo la pellicola emerge. Quello tra colleghi, quello dei poliziotti nei confronti dei detenuti, quello dei detenuti nei confronti dei poliziotti. Un pregiudizio che coinvolge anche lo spettatore in diversi momenti ambientati nella cucina.
Protagonista indiscussa, però, di tutta la storia è la dimensione umana. L’essere da una parte o dall’altra delle sbarre, l’aver commesso più o meno errori, averne fatti di più o meno gravi… niente di tutto questo può far venir meno la dimensione di umanità delle persone. Un’umanità che davvero rende il carcere un ambiente di riabilitazione e non di punizione.

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