Pentagrammi
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L’utopia spezzata di John Lennon a quarant’anni dalla sua scomparsa

Un concetto storiografico che ci pare stia alla base della corretta comprensione dell’opera di John Lennon (1940-1980), di cui si ricordano i quarant’anni dalla morte, è quello di “totalità” o “onnipervasività” della guerra fredda, nel senso che essa sconfinò dalle linee generali strettamente politiche e investì l’intero complesso delle sensibilità collettive, a maggior ragione nelle coscienze artistiche (così Guido Oldrini, a proposito del cinema americano del secondo dopoguerra).

Parole chiave: John Lennon (1), Pentagrammi (34)

Un concetto storiografico che ci pare stia alla base della corretta comprensione dell’opera di John Lennon (1940-1980), di cui si ricordano i quarant’anni dalla morte, è quello di “totalità” o “onnipervasività” della guerra fredda, nel senso che essa sconfinò dalle linee generali strettamente politiche e investì l’intero complesso delle sensibilità collettive, a maggior ragione nelle coscienze artistiche (così Guido Oldrini, a proposito del cinema americano del secondo dopoguerra). Nel caso della canzone, e quindi di un genere popolare, urbano, fortemente ibrido, “meticcio” – come usa dire oggi – così energicamente radicato al mondo giovanile ma non per questo ad esso confinato, e nell’esperienza specifica dell’arte di Lennon, è facile rinvenire al livello lirico una costante poetica, talora un’autentica ossessione, rilevata nella ricorrenza delle parole a forte impatto contrastivo “pace”, “guerra”, “amore”, “barriere”, “sogno”, ecc. Nell’inno natalizio moderno per eccellenza, Happy Xmas-War Is Over, tale dialettica si innesta già nel titolo e nello slancio della fratellanza universale intonata su una melodia semplicissima riesposta in progressione e in crescendo dinamico. Nel salmo laico Imagine, l’annullamento della conflittualità (“nessuna nazione, nessuna religione, nessuna proprietà”) si colora di socialismo utopico alieno da retorica, e l’incanto del pezzo risiede proprio nell’andamento quieto, quasi dimesso, nel quale persino la chiusa della ripresa – musicalmente ascendente – non assume la posa del gesto predicatorio, ma mantiene l’aspetto di una proposta sommessa, dubitativa, controllatissima.
Ci avviciniamo a uno dei segreti dell’arte di Lennon: la voce. Già ai tempi dei Beatles l’incontro con il classico, pulito McCartney aveva dato luogo a una peculiare timbrica vocale, contesta in uno stile armonico mai sentito prima nella musica popolare. La voce di Lennon poteva essere tagliente e limpida come un cristallo spezzato (Help!), oppure sardonica nella deformazione psichedelica (I Am the Walrus), drammatica nella reinvenzione Blues (Yer Blues), dolce sino al lirismo assoluto (Julia), sottilmente ironica nell’evocazione di stati alterati della percezione (I’m So Tired), tragica sino al parossismo narrando lo strazio del lutto (Mother), rustica alla maniera del folk (Norwegian Wood). Tutti gli “affetti” possibili al suono hanno trovato nel canto di Lennon un corpo vivo, dettagliato, profondamente espressivo. E soprattutto inedito: la fusione dello spirito popolare britannico con le suggestioni della cultura africano-americana – che è poi la base del rock – si è palesata nella musica di John Lennon, con i Beatles e come solista, al grado più alto di universalità poetica e qualità idiomatica. Si veda l’audace scrittura melodica del capolavoro In My Life, 1965, che spezza i gradi congiunti con salti di quarta e sesta, con cromatismi inaspettati, in cui la voce è insieme unica e di tutti, in quanto rispecchiamento dell’ansia di una generazione, dei suoi sogni a volte scomposti, a volte ingenui, sempre sinceri. La materializzazione di una tensione chimerica che era, purtroppo, più un moto della psiche che si scopriva impotente piuttosto che un’analisi della realtà: “continuiamo con i nostri giochi mentali: fede nel futuro… la ricerca del Graal” (Mind Games, 1973). L’utopia consapevole del proprio limite, del proprio scacco: proprio per questo ancora oggi drammaticamente attuale.

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