Pentagrammi
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I sessant’anni di Kind of Blue capolavoro del jazz

Sessant’anni e non sentirli. La frasetta è banale, ma ben s’attaglia all’album Kind of Blue, registrato nel 1959 da Miles Davis a capo di un gruppo di jazzmen eccelsi, tra i quali John Coltrane, Cannonball Adderley e Bill Evans...

Parole chiave: Kind of Blue (1), Jazz (2), Pentagrammi (19)

Sessant’anni e non sentirli. La frasetta è banale, ma ben s’attaglia all’album Kind of Blue, registrato nel 1959 da Miles Davis a capo di un gruppo di jazzmen eccelsi, tra i quali John Coltrane, Cannonball Adderley e Bill Evans.
Cerchiamo di individuare alcuni aspetti dell’originalità del disco, continuamente ristampato nei decenni e sul quale si sono versati fiumi d’inchiostro musicologico, critico, storico, principiando da un concetto cardine quale la “drammaturgia musicale” implicita, la quale proviene dal rapporto tra il solista  con la struttura armonica, plasmata soprattutto dal pianoforte di Bill Evans: la tromba di Davis; i sax tenore e alto rispettivamente di Coltrane e Adderley; in un caso – il brano di apertura So What? – persino il contrabbasso di Paul Chambers, che intona la melodia sullo sfondo, ribaltando l’equilibrio tradizionale di rapporto tra gli strumenti. La scelta di una tecnica di improvvisazione “modale”, vale a dire basata sulla scansione d’intervallo melodico ispirata agli antichissimi modelli-base che provengono dalla musica greca antica, dona la cifra estetica dell’intera sequenza dei brani. Il dettaglio tecnico interessa ai musicisti, e non ci diffondiamo: ci basterà rilevare, all’ascolto il più libero e spontaneo, l’aura ineffabile di sospensione, di mistero che avvolge la musica, assai diversa dalla forma-canzone normalmente in uso nel jazz sino agli anni ’50, e invece in grado di restituire, metaforicamente, una forma quasi sacrale, diafana, liquida, ipnotica all’ascolto. L’insinuante impressionismo, fatto di mille colori diversi, degli assolo della tromba di Davis scardina l’attesa della fremente tensione epica, tipica della musica afroamericana precedente. E fornisce invece un’originalissima esperienza di “allontanamento” all’interno della vita psichica, eco di distanze siderali, in cui i microintervalli ritmici pur tipici del jazz sono ben presenti ma come trascesi, inglobati in un flusso sonoro che dice di una dialettica di rapporti (la “drammaturgia musicale” cui si accennava prima) di volta in volta dolce e suadente, oppure tesa e angosciante, sempre eminentemente narrativa.
Narrativa di cosa? È ovvio che la musica non ha riferimento immediato nel mondo delle cose, non è un linguaggio che “vuole dire” qualcosa di chiaro e perspicuo, a differenza della letteratura o della pittura figurativa. Il racconto di Kind of Blue è dunque da intendersi come astrazione di linee d’energia vitale, come forma acustica di un lacerato mondo interiore (“una specie di tristezza”, traducendo alla meglio la poetica ambiguità del titolo), di una psicologia che oltre tutto è perfettamente differenziata dal talento supremo dei vari solisti: si notino gli accenti schiettamente blues di Adderley, il pianismo introverso, pallido di Evans, l’aspro e veemente improvvisare di Coltrane, che si stacca dall’elegia sommessa dei brani per introdurre l’elemento di contrasto dialettico fondamentale. E su tutto, ci si lasci cullare dalle melodie stranianti della tromba di Miles Davis, dai loro interrogativi immaginari, dal loro lirismo assorto che dialoga con il pianoforte, dalle loro reminiscenze ancestrali di un’Africa del sentimento e di un Occidente della cultura. Ma questi due ultimi concetti potrebbero anche essere invertiti: nello scambio continuo tra istinto e ragione, nella sintesi suprema tra civiltà artistiche unite nella forma, sta parte del segreto di un album epocale e imprescindibile della musica d’arte contemporanea.

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