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Beethoven: dramma, conflitto e vittoria nel Trio n. 5

Beethoven è nato il 16 dicembre del 1770 e quindi, a seconda dei punti vista, il suo 250° anniversario si è concluso a dicembre 2020, oppure in quella data si è inaugurato

Parole chiave: Beethoven (1), Anniversario (7)

Beethoven è nato il 16 dicembre del 1770 e quindi, a seconda dei punti vista, il suo 250° anniversario si è concluso a dicembre 2020, oppure in quella data si è inaugurato. Fermo restando che per un artista di tale importanza le celebrazioni dovrebbero essere quotidiane sino alla fine dei tempi, la fedeltà alla grandezza ci spinge a suggerire un ascolto ben meditato, scelto tra la produzione cameristica, che di questo compositore può rappresentare per i meno esperti anche scoperta inattesa.
Musica da camera: è stato il compositore novecentesco Paul Hindemith a darne una giusta definizione, evidenziandone la circostanza per l’ascoltatore di avere una strettissima relazione spaziale con la fonte sonora, così che è possibile ascoltare le più raffinate sottigliezze di tecnica sapendo che nulla andrà perduto, come in una privata e coltissima conversazione, consapevoli del fatto che la riduzione dell’ensemble esecutivo non significa in nulla deprivazione di forma, idee, emozione.
Portato a termine nei primi giorni del 1809, il Trio per violino, violoncello e pianoforte n. 5, op. 70 n. 1, noto con il titolo Trio degli spettri, secondo l’intuizione del grande scrittore E. T. A. Hoffmann reca in sé le tracce della maggiore esplicitazione dell’anima romantica in musica, dal momento che s’innerva in una struttura rigorosa, declinata in una “gioia serena” che proviene tuttavia da regioni sconosciute, oscure, dell’essere. Il cammino di sublimazione progressiva, che parte dalla percezione dolorosa della vita e termina, attraverso la lotta, in assertivo giubilo vittorioso, è messo in testo in questo Trio in una serie di contrapposizioni drammatiche, a partire dallo scontro dei due temi dell’Allegro vivace con brio d’esordio: il primo, in fortissimo all’unisono degli strumenti, lascia spazio dopo vigorose perorazioni al secondo, segnato dolce in partitura, che muta repentinamente l’atmosfera espressiva, in un canto appassionato in cui lo struggimento, la tensione verso l’altrove, regnano sovrane. Conciliazione di opposti dopo il loro alternarsi dialettico; agonismo di architetture sonore quale vettore d’espressione di una ricerca di senso; infine esultanza della forma che celebra se stessa, e dunque la felicità della composizione che trova l’ordine nella vita psichica e nel mondo: queste le tappe di una musica che è in primo luogo pensiero, se non addirittura filosofia. In questo senso, la cupa atmosfera notturna del Largo assai ed espressivo centrale, il cui materiale era stato pensato in un primo momento come musica di scena per il Macbeth di Shakespeare ad accompagnare la visione delle streghe (di qui il titolo “spettrale”), è intessuta di colori cangianti ottenuti da lunghe sequenze armoniche prive di vero profilo tematico, come se appunto la libertà della melodia si fosse rappresa per qualche poco in un’inerzia dello spirito, in un profondo spleen che lascia trasparire appena, nelle luci improvvise di qualche trillo del pianoforte, la speranza di una sortita dalle tenebre. La quale è affermata invece, e con tutta la forza d’una conquista che pareva impossibile, nell’ultimo movimento, che riprende e rileva l’impeto guerresco del primo, su una ritmica semplice ma di impulso irresistibile. Per aspera ad astra: che si tratti della Nona sinfonia con coro o di tre soli strumenti, il linguaggio del grande compositore conduce verso le stesse regioni eccelse dell’immaginazione sonora, cantando il trionfo necessario dell’Ideale nella vita di ognuno di noi.

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