Papa Francesco
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«La finanza causa di iniquità? Non è solo questo...»

«Ma è impossibile ribattere che non sia, non sia stata e non sia tornata ad essere anche finalizzata ad arricchire pochi a scapito di molti»

Parole chiave: Papa Francesco (77), Laudato si' (21)

Con l’Enciclica Laudato si’ Papa Francesco affida a credenti e non credenti una vasta e nitida riflessione sul mondo e sull’uomo. La lettera riflette lo stile di questo Papa, alieno da sfumature e compromessi, intento a comprendere, discernere e scegliere; la prosa è netta, l’analisi è cruda, il parametro di giudizio è il Vangelo: sine glossa, secondo la tradizione francescana. L’Enciclica riflette anche il punto di vista del nostro Papa Francesco che guarda al mondo e all’uomo non dal nostro mondo occidentale ma dalla “fine del mondo”, quella che aveva definito all’inizio del proprio pontificato come la periferia del pianeta e le periferie degli uomini. Da ciò: le difficoltà ed il disagio di noi cittadini dell’occidente evoluto ad ascoltare questo linguaggio; le repliche frettolose e recise anche da parte dei credenti; il silenzio mediatico calato quasi immediatamente ed universalmente sulla voce del Papa, quasi un sommesso compatimento per quello che si considera un brano di terzomondismo fuori moda. In effetti la lettera circolare Laudato si’ di Papa Francesco ci pone davanti ad un trilemma: considerarla una lettera dell’America Latina pervenuta a tempo scaduto; ritenerla una stravagante “invasione di campo” della Chiesa in ambiti già occupati da movimenti ed associazioni alla Chiesa storicamente estranee; considerarla invece, come parola profetica, come un penetrante sguardo dall’alto e da dentro, fortemente consapevole dell’ormai prossimo esaurimento di un modello di sviluppo che rivela allo stesso tempo la sua insostenibilità ambientale e sociale. Quale che sia la risposta che i tempi incipienti daranno, per noi credenti è necessario porsi davanti alla Laudato si’ con disponibilità alla lettura, volontà di comprensione e spirito di conversione. L’Enciclica si apre con una disamina del mondo e dell’umanità, che vede al centro non più la Terra ma una sorta di “Terra desolata”, oggetto da parte dell’uomo di uno sfruttamento eccessivo, spesso insensato, perché finalizzato allo scarto più che al consumo, che finisce per ridurre la complessità e la diversità biologica delle forme di vita, la bellezza della natura e la stessa vivibilità attuale prospettica di ampie aree del pianeta. La trionfante irresponsabilità verso l’ambiente che ci circonda è posta dal Pontefice in diretta relazione con l’indifferenza verso l’umanità sofferente. All’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e all’eccessiva produzione dei beni rispetto al loro consumo si riconnette, sul piano delle relazioni umane, la cultura dell’esclusione sociale, della emarginazione di interi Paesi o di crescenti fasce sociali, della negazione per i poveri dell’accesso alle risorse ed ai beni primari, alle bellezze naturali, agli ambienti salubri, al lavoro dignitoso, e alla speranza, anche solo di una modesta felicità. L’“inequità” denunciata dal Pontefice si accresce e si diffonde anche nei Paesi economicamente più avanzati, negando prospettive di lavoro e di futuro ai giovani ed alle prossime generazioni. Si accetta l’idea che un mercato globale correttamente funzionante e persino “giusto”, generi una competizione da cui sortiscano pochi vincenti e molti sconfitti, non solo, ma che i pochi vincenti siano anche sempre vincenti e totalmente vincenti. Di questa desolata realtà ambientale e di questa desolante realtà sociale il Santo Padre individua una delle principali ragioni nella perdita da parte dell’uomo moderno della “confidenza” con il Creatore e con la creazione e nello smarrimento del proprio senso di “creaturalità”. Ponendosi al centro del mondo e al posto di Dio, l’uomo attuale pretende di trovare nel proprio ego il senso dell’esistenza, e di fare di se stesso la misura di tutte le cose. Perde quindi il gusto della relazione con gli altri uomini, ignora la storia di chi lo ha preceduto, è indifferente alle aspettative di chi lo seguirà, non è preoccupato e nemmeno pensa alle conseguenze di ciò che fa su ciò che sta intorno a lui. L’uomo contemporaneo sembra quindi incapace di guardare, capace come è solamente di guardarsi fino a perdere la contezza dell’esistenza e dei bisogni degli altri e dell’altro. Quanto alle risorse naturali ed ai beni della Terra, siano questi ultimi frutto o meno della propria fatica e del proprio ingegno, egli se ne impossessa e li fa propri disconoscendone la natura di beni comuni e dimenticando che la fragilità delle nostre vite li rende sempre e comunque “dei beni a prestito”. Per il Papa questa prospettiva antropocentrica ed assoluta non solo è falsa e foriera di esiti disumani, ma è semplicemente e totalmente contraria al Vangelo. Cristo ci vuole non solo utilizzatori riconoscenti dei beni di questa Terra piuttosto che possessori e sfruttatori degli stessi, ma anche uomini responsabili, occupati e preoccupati dalle condizioni della casa comune e di tutti quanti la abitano; anzi, come soleva dire don Giovanni Calabria, nemmeno inquilini ma piuttosto “casanti” di questa casa comune, ovvero custodi attenti e premurosi verso gli altri e verso le generazioni future, di ciò che ci è stato affidato. E poiché: “Gratis accepistis, gratis date”, ecco che il Vangelo ci esorta a fare di quegli stessi beni che oggi sono ragione di impossessamento, ipersfruttamento ed esclusione sociale, altrettanti strumenti di relazione con gli altri, di solidarietà e di inclusione sociale. Il Pontefice non esita quindi a denunciare la distanza tra l’approccio cristiano e una umanità in cui vede prevalere la tecnica sulla conoscenza, la tecnocrazia sulla politica, la statistica sulla storia, l’economia sulla socialità, la finanza sulla stessa economia. Particolarmente dure sono le parole usate nei confronti della finanza, che il Papa vede come la massima e sinergica espressione di queste derive negative, quasi una tecnica, sofisticata e globale, finalizzata ad arricchire pochi a scapito di molti, sulla base di scommesse finanziarie che spesso stanno sopra o fuori dall’economia reale, con l’aggravante di far ricadere su tutti i cittadini le conseguenze dei propri azzardi. A queste affermazioni si potrebbe controbattere che la finanza non è solo questo: la custodia del risparmio e la leva creditizia, sono strumenti indispensabili per conservare o migliorare le cose care; e pur tuttavia sarebbe impossibile ribattere che la finanza non sia, non sia stata e non sia tornata ad essere anche quanto denunciato nell’Enciclica. In questo quadro, così fortemente negativo, il Papa ci indica la via dell’“ecologia integrale”, partendo dal recupero da parte dell’uomo della sua vera dinamica esistenziale, del senso e della misura derivanti dalla sua fragilità e dal suo fugace passaggio sulla Terra e, conseguentemente, del rispetto per tutto ciò e per tutti quanti intorno a ciascuno di noi danno valore e senso alla nostra vita. Da ciò anche la necessità di ripensare, o meglio di capovolgere, le nostre relazioni con il mondo e con gli altri uomini, di tornare a percepire il vasto respiro dell’Universo, di uscire dal perenne soliloquio/vaniloquio, che ci domina e che finisce per farci apparire uguale ciò che è diverso e per non occuparci e/o pre-occuparci di nulla se non di noi medesimi. Detta “conversione” comporta che questo mutato atteggiamento, da sfruttatori deliberatamente inconsapevoli delle conseguenze a “custodi e responsabili” di una casa, di risorse e di beni che riconosciamo “comuni”, si applichi concretamente a partire dallo stile di vita personale e familiare, ma soprattutto che esso informi anche le politiche che, a tutti i livelli, da quello internazionale a quello locale, debbono improntare l’economia e la società verso il bene comune, perseguendo il metodo e lo strumento del dialogo. Il Papa percepisce chiaramente la distanza tra le derive ambientali ed umane da lui così lucidamente denunciate e la proposta di un’ecologia umana integrale, ma conclude sottolineando la valenza delle Religioni e del senso religioso, così come la speranza dell’intervento divino come le uniche forze che possano indurre l’umanità a non insistere in fallimenti sempre più eclatanti e dolorosi dei miti del progresso tecnologico infinito e del mercato globale, volgendola verso un cammino di conversione così radicale ed impegnativo. L’Enciclica Laudato Si’, che prende lo spunto dal cantico-preghiera di S. Francesco, si conclude con due preghiere di Papa Francesco; preghiere alle quali il nostro Pontefice, dopo aver colpito la nostra inerte quanto generale ed acritica adesione alle derive negative che caratterizzano gli attuali e dominanti modelli economico sociali, sia nei confronti della Terra che di quanti la abitano, ci invita sommessamente ad unirci.

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“J’accuse” di papa Francesco nell’enciclica
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