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Qui Botswana: il peggior posto per gli impiegati statali

In Botswana vivono i dipendenti pubblici più infelici del mondo. Il governo li obbliga a trasferirsi di continuo da un capo all’altro di un Paese grande due volte l’Italia...

Parole chiave: Botswana (1), Mondo (11), Andrea Di Fabio (4)

In Botswana vivono i dipendenti pubblici più infelici del mondo. Il governo li obbliga a trasferirsi di continuo da un capo all’altro di un Paese grande due volte l’Italia. Ogni giorno 120mila impiegati tra insegnanti, ingegneri e dottori si svegliano con la paura di ricevere una chiamata dal ministero. Non vengono interpellati, ma solo informati della decisione: se non accettano, rischiano il licenziamento. Le conseguenze sono spesso tragiche: madri che non possono più rivedere i figli, fidanzati costretti a lasciarsi e figli che non riescono a prendersi cura dei genitori.
Eppure da questa sofferenza dipende l’unità del Paese. Quando nel 1966 ottenne l’indipendenza dal Regno Unito, il Botswana era una delle nazioni più povere del mondo. I suoi confini, tracciati a tavolino, dividevano comunità che avrebbero voluto rimanere unite e mettevano insieme tribù che avrebbero preferito rimanere rivali. Convivevano 24 etnie, ognuna con il suo capo, il suo territorio e il suo animale totemico: gli elefanti al nord, i coccodrilli a sud del deserto, le antilopi al centro.
Per evitare guerre civili come in Congo, Mali e Nigeria, le divisioni etniche avrebbero dovuto lasciare il posto a un sentimento d’unità nazionale condiviso da tutti. Ma come? La soluzione si presentò, in un certo senso, da sola. Ispirandosi ai metodi usati dai coloni inglesi, il governo cominciò a spostare insegnanti, infermieri e dottori là dove ce n’era più bisogno, indipendentemente dall’etnia d’appartenenza.
Inviati spesso controvoglia, i dipendenti pubblici iniziarono ad ambientarsi nelle nuove terre e, incontro dopo incontro, a farsi degli amici. Alcuni arrivarono addirittura a innamorarsi, sposarsi e mettere su famiglia. Nacquero così i primi figli i cui genitori appartenevano a etnie diverse. Con il tempo, tutti arrivarono a conoscere qualcuno in zone diverse del Paese abitate da altre etnie.
Gli incontri tra persone appartenenti a tribù differenti divennero quotidiani: a scuola, negli uffici pubblici, in ospedale. E se nella distanza i pregiudizi prosperavano e l’altro era spesso un nemico, quando si faceva conoscenza diventava più difficile odiarsi. L’esperimento funzionò e oggi, dopo più di cinquant’anni, gli abitanti del Botswana non si sentono più coccodrilli, elefanti o antilopi, ma prima di tutto botswani.
Il Paese rappresenta uno degli esempi di costruzione nazionale più riusciti della storia. Impiegato dopo impiegato, la mentalità tribale ha lasciato il posto all’unità. Per il singolo il prezzo da pagare per la pace della collettività è alto. Mai nei trent’anni successivi all’indipendenza nessuno Stato moderno ha visto crescere la sua economia come il Botswana e non ci sono mai state guerre.
Oggi l’istruzione è gratuita dall’asilo all’università. I proventi legati ai giacimenti di diamanti vengono ridistribuiti e reinvestiti in infrastrutture e servizi e il Paese non è solo il meno corrotto d’Africa, ma è anche meno corrotto di Stati europei come Malta, Polonia e... Italia. Tutto questo non sarebbe possibile senza il coraggio dei 120mila dipendenti pubblici botswani.

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