Il Fatto di Bruno Fasani
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Tiriamo fuori il Crocifisso dai troppi comò dove lo abbiamo nascosto

Tra i libri che custodisco con maggiore gelosia, di sicuro ci sono quelli di Giovannino Guareschi. Se tutti conosciamo questo grande scrittore e grande cristiano per via di don Camillo e Peppone, in realtà le sue opere raccontano uno spaccato straordinario dell’esistenza umana...

Parole chiave: Il Fatto (366), Bruno Fasani (287)

Tra i libri che custodisco con maggiore gelosia, di sicuro ci sono quelli di Giovannino Guareschi. Se tutti conosciamo questo grande scrittore e grande cristiano per via di don Camillo e Peppone, in realtà le sue opere raccontano uno spaccato straordinario dell’esistenza umana. Qualcuno parla a ragione di una teologia di Guareschi. In effetti, dietro la trama sorridente dei suoi scritti, non è difficile cogliere un animo profondamente imbevuto di amore per il Vangelo e per la Chiesa.
Nei giorni gioiosi del Natale mi torna alla mente un racconto pubblicato nel 1958, Il Cristo nel comò. Vi si narra di Peppone, gravemente ammalato. Nella canonica da don Camillo arrivano, all’insaputa l’uno dell’altro, prima il figlio più piccolo, poi la moglie, quindi lo Smilzo, uomo fidato di Peppone. Venite subito al suo capezzale, si raccomandano trafelati. «Sappiamo che un prete non serve a niente e tanto meno al capezzale di un malato; comunque dato che il capo rischia di rimetterci la pelle, transeat», sentenzia lo Smilzo. Ed è così che don Camillo, passando dalla porta che dà sull’orto per non essere visto dai capi partito, si trova faccia a faccia con il suo “nemico”, ma nemico solo per via dei ruoli che la società ci obbliga spesso a recitare. «Mi spiace morire per i figli. Sono ancora piccoli» sussurra Peppone con un fil di voce. «Se è per quello te li alleverà il partito» replica sarcastico don Camillo. «Per i figli il padre più scassato è meglio del partito più efficiente», sospira il malato. È a quel punto che a don Camillo scappa l’occhio su un chiodo piantato nel muro sopra la testiera del letto. «Qui un tempo c’era qualcosa. Chi lo ha tolto?» sbotta duro il prete. «È rimasto lì fino a quando in questa camera entravamo solo io e mia moglie. Poi, con la malattia qui è stato un via vai di gente… L’ho fatto togliere quando è venuto a trovarmi il segretario della federazione provinciale…». «Dov’è adesso?» chiese don Camillo. «Nel primo cassetto del comò» rispose Peppone. “Don Camillo si alzò e andò ad aprire il primo cassetto del comò. Avvolto in una carta velina trovò il Crocifisso e lo riappese al chiodo sopra la testiera del letto”.
Augurarci cristianamente buon Natale è provocarci e interrogarci per vedere in quale cassetto abbiamo nascosto il Crocifisso di casa. Il comò dell’individualismo autosufficiente o quello di un consumismo che non consente di vedere in alto oltre le luminarie dei centri commerciali? In quello del politicamente corretto o in quello della modernità che ci dice cosa dire, mangiare, pensare? Oppure quello di una spiritualità di riti e norme, senza più la forza di uscire dal guscio di pratiche fatte per abitudine dove c’è dentro di tutto, tranne che la presenza del Signore?
Ma in questo momento penso anche ai troppi comò della politica, quella che, per paura di essere tacciata di confessionalità, finisce per vergognarsi delle radici cristiane della nostra storia. Suggerire di non augurare buon Natale o di non usare nomi biblici è soltanto il comò delle ideologie anticristiane, che indossano i panni della politica per darsi una dignità che non possiedono.
Si fa presto a parlar male della politica, ma cosa sarebbe il mondo senza la politica? O più precisamente dell’amore della politica? Scrive papa Francesco: “Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare il fiume – e questa è squisita carità – il politico gli costruisce un ponte. E anche questa è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro ed esercita così una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica”. Se la politica non è amore diventa un comò.

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