Il Fatto di Bruno Fasani
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Rinnegare le dittature sia un impegno per tutti i colori politici

“Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli / col seno sul piano padano ed il culo sui colli. / Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale / Bologna la grassa e l’umana già un poco Romagna e in odor di Toscana”...

Parole chiave: Il Fatto (424), Bruno Fasani (333)

“Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli / col seno sul piano padano ed il culo sui colli. / Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale / Bologna la grassa e l’umana già un poco Romagna e in odor di Toscana”. Un impegno mi porta nel capoluogo dell’Emilia-Romagna. Il navigatore mi guida a destinazione, mentre mi tornano alla mente le parole della canzone che Guccini le ha voluto dedicare. Era il 1981. Poche pennellate per dipingere uno scenario fatto di complessità e di qualche contraddizione, come solo gli innamorati sanno fare, osando con le parole ma senza ferire.
Penso agli aggettivi con cui la storia ha voluto cogliere l’anima di questo luogo. La dotta, per via della sua cultura, fiorita dalla più antica università al mondo, con le radici nell’anno Mille. La grassa, per la sua cucina unica, materna e avvolgente negli aromi e sapori. E, infine, la rossa. Per via dei suoi tetti, dal colore inconfondibile. Ma forse non solo, se non anche per via di quella passione politica, dai toni aspri e battaglieri, che l’hanno resa, nel tempo, la capitale di un comunismo orgogliosamente ostentato. Una terra che brucia l’incenso sull’altare di una laicità sempre pronta a sconfinare nel laicismo, nello stesso tempo in cui si mette sotto l’ombrello della Madonna di San Luca che, dal colle della Guardia, è pronta a scendere tra le strade della città a benedire il suo popolo. In un caleidoscopio di impressioni e di sentimenti, la strada mi consegna le memorie di tempi non propriamente auspicabili. Percorro viale Leningrado e il ricordo va a Vladimir Ilic, il padre della Rivoluzione armata, quella che seminò la Russia di morti e l’Europa di esuli. Colui che credette di poter spegnere per sempre la fiammella della fede nel suo popolo. Dopo poco mi trovo in viale Stalingrado. E anche lì il pensiero corre a Iosif, il terribile e crudele dittatore. Sul tavolo ho un romanzo di Ulas Samchuk, Maria, cronaca di una vita. L’ha scritto, negli anni Trenta, uno dei più grandi letterati ucraini, ma solo ora ha visto la luce in Occidente e solo perché in Ucraina sta andando in onda un crudele replay. Vi si racconta dei milioni di morti che Stalin causò tra questa gente, quando volle togliere le terre ai contadini, per farne proprietà dello Stato. Uomini, donne e bambini lasciati morire di fame per le strade. Forse dieci, dodici milioni di persone. Penso a tutto questo e mi tornano alla mente le parole di Oscar Luigi Scalfaro, mentre reclamava la “par condicio” per i partiti. Parole incartate nel rotacismo della pronuncia, quasi a significare disprezzo per l’ingiustizia della disparità di trattamento. Da quando il nuovo governo si è insediato a Palazzo Chigi, non passa giorno in cui non si chieda alla presidente del Consiglio e ai ministri del suo partito di fare abiura del fascismo. Richiesta legittima. Il fascismo è morto, e neppure per scherzo la parola deve fare da lumino a qualche nostalgico della storia triste che si è consumata nel secolo scorso. E non si tratta di rimuovere, come si fa con i pensieri cattivi. No, semplicemente, deve diventare un rifiuto della coscienza, un seppellimento tombale senza speranza di risurrezione. E, insieme ad esso, il nazismo, male per antonomasia. E perché escludere il comunismo, con la sua scia di morti e di diritti negati? Solo perché può vantare lo status di vincitore, quasi che esso bastasse a dare una patina di verginità? E se la vera par condicio cominciasse cambiando il nome delle strade?

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