Il Fatto di Bruno Fasani
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Quando sul digitale va in onda la crudeltà

Tutta colpa di Joy Lane. Robert Godwin, è un mite signore afro-americano di 74 anni, padre di nove figli e nonno di 14 nipoti. Trascorre le giornate raccogliendo lattine nella città di Cleveland, per mettere insieme quattro spiccioli, giusto per arrotondare le povere entrate. Forse non ha mai pensato al detto che la morte è come un ladro.

Parole chiave: Il Fatto (366), mons. Bruno Fasani (19)

Tutta colpa di Joy Lane. Robert Godwin, è un mite signore afro-americano di 74 anni, padre di nove figli e nonno di 14 nipoti. Trascorre le giornate raccogliendo lattine nella città di Cleveland, per mettere insieme quattro spiccioli, giusto per arrotondare le povere entrate. Forse non ha mai pensato al detto che la morte è come un ladro. Tanto meno quando davanti a lui si presenta un giovanotto grande e grosso come un armadio. È Steve Stephens, ai ferri corti con Joy, che ha pensato bene di scaricarlo. Il povero Robert non sa che il bestione che gli sta davanti ha già deciso di ucciderlo e di filmare il crimine che sta per compiere. Ma quelli sono momenti in cui la buona fede non ti dà tempo per pensare a certe cose. E invece... Invece è una scarica di pallottole in fronte a mettere la parola fine ai giorni di Robert.
Il resto è cronaca di una liturgia consumata sull’altare della follia e della sua amplificazione mediatica. L’assassino infatti, consumato il suo crimine, ha preso il filmato e lo ha pubblicato su Facebook. Lo sapesse il mondo intero che era colpa di Joy Lane se lui ammazzava le persone. Ora, mentre l’America tira il fiato sapendo che l’assassino si è suicidato, rimane il fatto che la diretta del killer ha fatto il giro del mondo. Su Facebook il filmato ci è rimasto per tre ore prima d’essere rimosso, scaricato nel frattempo da un milione e seicentomila persone. Ma a riprenderlo e rilanciarlo ci hanno pensato poi altre piattaforme, da YouTube a Twitter, facendone un boccone prelibato per amanti dell’horror.
È a questo punto che gli interrogativi si moltiplicano trasformandosi in inquietudine. Com’è possibile che tutto possa passare senza filtri sui media digitali, rischiando di causare un effetto domino nelle menti più fragili? Un po’ quello che successe con i sassi dal cavalcavia. A forza di parlarne e di farne spettacolo sembrava diventata una moda. È da tempo che mi chiedo se l’enfasi con cui la televisione, sia pubblica che commerciale, parla dei femminicidi che avvengono nel Paese, non faccia da volano alle menti bacate, che sono alla ricerca di modelli cui ispirarsi per le loro follie sanguinarie.
Per tornare a Facebook, i responsabili ci fanno sapere che attualmente gli unici filtri possibili in automatico riguardano le scene di nudo e le vesti di colore arancione, fatte indossare ai prigionieri dell’Isis durante la tortura. E per tutto il resto? Nel balletto delle responsabilità ci si limita a dire che i casi sono relativamente ridotti rispetto al miliardo e ottocento milioni di utenti.  Ma più che il numero, il problema drammatico è la cultura che portano avanti questi episodi. Quella del cyberbullismo, della diffamazione, della denigrazione delle donne, soprattutto in India e Pakistan, delle false notizie per creare allarmismo o per strategie politiche. Insomma, la cultura della crudeltà.

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