Il Fatto di Bruno Fasani
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Nel fuoco di Notre-Dame bruciano le nostre radici

Le immagini drammatiche che nei giorni scorsi ci sono arrivate dall’Île de la Cité, una delle due isole fluviali di Parigi, mentre bruciava la Cattedrale di Notre-Dame, hanno lasciato attonito il mondo intero...

Parole chiave: Notre-Dame (2), Il Fatto (223), Bruno Fasani (152), Parigi (4)

Le immagini drammatiche che nei giorni scorsi ci sono arrivate dall’Île de la Cité, una delle due isole fluviali di Parigi, mentre bruciava la Cattedrale di Notre-Dame, hanno lasciato attonito il mondo intero.
Una notizia, dall’impatto emotivo fortissimo, che ha messo in fila tutte le altre, scalandole come notizie di secondo piano.
Non so per quale strana associazione di idee, mentre guardavo il fuoco che si inghiottiva la struttura, mi venivano alla mente le parole del Manzoni, nell’ode Il Cinque Maggio: “…così percossa e attonita/ la terra al nunzio sta/muta pensando…”. Sarà perché anche allora c’era di mezzo la Francia con Napoleone, sarà perché le notizie oggi girano con una celerità e contemporaneità tali da consegnarti le emozioni in simultanea, sta di fatto che si aveva l’impressione che il dolore del mondo per questo tragico episodio fosse qualcosa di drammaticamente corale.
E subito dopo, a seguire, si affacciava la domanda: e perché questo dolore? Solo perché stava finendo in cenere un monumento patrimonio dell’umanità, riconosciuto come tale dall’Unesco nel 1991? Qualcosa di analogo a quanto provato davanti alla distruzione dei Buddha di Bamiyan, avvenuta in Afghanistan da parte dei talebani, o allo scempio di Palmira, in Siria, portato a termine dai criminali dell’Isis?
Certamente è possibile rintracciare qualche analogia, ma Notre-Dame è qualcosa di diverso ancora. Non solo per i 13 milioni di visitatori che vi entrano ogni anno, facendone la cattedrale più visitata d’Europa.
Notre-Dame è un simbolo. Simbolo di quella civiltà cristiana che neppure la Rivoluzione francese è riuscita a scalzare, tenendo alto il dito di quella guglia, alta 93 metri, ora crollata, quasi a indicare un cielo che invano i sanculotti avevano cercato di coprire con la coltre di un ateismo lugubre e forcaiolo.
Notre-Dame era là al suo posto, composta nella sua elegante fierezza, a rammentare alla Francia le sue radici cristiane, quelle stesse che essa non ha voluto nella Costituzione europea; Europa che, per una sorta di beffa del destino, ha per simbolo proprio una corona di dodici stelle, le stesse che sono sul capo di Nostra Signora, l’Immacolata.
L’incendio della Cattedrale di Parigi si trasforma così in una specie di pianto cosmico per una civiltà cristiana che si vorrebbe seppellire sotto l’efficientismo razionalista ed pragmatista della modernità, ma che, in realtà, deve fare i conti con la percezione interiore, inconscia che lì ci sono le nostre radici, il perché delle nostre conquiste sociali. Il perché di quel liberté, egalité e fraternité, che si vorrebbe figlio del governo del terrore, ma che altro non è se non la coniugazione rivista dei principi evangelici.
E così la Cattedrale che brucia risveglia un sentimento di orfananza, come se la guglia che cade fosse un grido di dolore e forse un j’accuse, capace di risvegliare la memoria di chi troppo sbrigativamente ha pensato di disfarsi delle proprie radici, quasi che la nostra storia non avesse lasciato solchi profondi nel nostro Dna culturale e spirituale.

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