Il Fatto di Bruno Fasani
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Le ricadute culturali di certe strane scelte

Prevedere l’andamento dell’economia non è un esercizio accademico. Stime positive incidono sugli investimenti delle imprese e sui consumi della popolazione. Scenari negativi, viceversa, frenano le iniziative...

Parole chiave: Il fatto (279), Bruno Fasani (206)

Prevedere l’andamento dell’economia non è un esercizio accademico. Stime positive incidono sugli investimenti delle imprese e sui consumi della popolazione. Scenari negativi, viceversa, frenano le iniziative. Sapere che il 2018 parte con un certo ottimismo (lo dicono le ultime rilevazioni) fa sperare, ma non assicura che ci saranno più posti di lavoro, maggior rispetto dei contratti e delle condizioni dei lavoratori, meno povertà e più inclusione. Non si può che partire dai dati previsivi per immaginare i prossimi mesi. Vediamoli.
Due rilevazioni dell’Istat ci raccontano gli umori dei consumatori e delle imprese. L’indagine di dicembre sullo stato d’animo delle famiglie mostra l’indice a quota 116,6% ed è il più alto degli ultimi due anni. Il campione di italiani è positivo sull’andamento generale dell’economia, è abbastanza positivo sulla riduzione della disoccupazione, non è convintissimo che tutto ciò si rifletterà sulla propria condizione. Le condizioni di vita spesso cambiano più tardi della ripresa economica.
Per le imprese il dato di dicembre porta l’indice a 108,9 punti. Un piccolo passo avanti rispetto al mese precedente e ben 8 punti migliore rispetto a un anno fa. Le prospettive non sono buone per tutti, edilizia e costruzioni ad esempio sono indietro rispetto al manifatturiero. Crescono gli ordini in generale e manca la domanda interna. Le scorte di magazzino sono significative.
Stime per il 2018 del Pil concordano su un incremento dall’1,3 (Moody’s) all’1,5% (Ocse).
Gli andamenti dell’economia reale non vanno confusi con le Borse, anche se il collegamento esiste. Un euro troppo forte – per fare un esempio – può frenare le esportazioni delle aziende europee che non hanno produzioni esclusive, anche se rende meno caro l’acquisto di beni intermedi comprati in valuta più debole.
Ci sono poi le scelte di chi governa. Le elezioni italiane del 4 marzo non necessariamente influenzeranno l’economia più che in altri Paesi (Belgio senza Governo per 541 giorni, Spagna al voto ripetuto, vuoto olandese di sei mesi). È interessante quanto sta accadendo nella potente Germania: per costruire un’alleanza di Governo la premier Angela Merkel sta trattando, fra l’altro, anche sulla riduzione delle tasse sulle imprese (ora oltre il 30%) dopo che Donald Trump ma anche Gran Bretagna e Francia hanno programmato oneri più leggeri. I riflessi sui debiti degli Stati saranno da valutare. Tassi di interesse ancora bassi e riduzione delle tasse per le imprese dovrebbero in teoria spingere gli investimenti e l’occupazione. Il numero dei lavoratori attivi sarà il dato da seguire perché incide sul quotidiano delle famiglie e della collettività. Si parte dai 23 milioni e 82mila occupati a fine ottobre, dipendenti e lavoro autonomo in crescita di 303mila sui dodici mesi (anche se spinta dai tempi determinati). Le stime sono positive, la realtà sarà da scrivere mese per mese.

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