Il Fatto di Bruno Fasani
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La santità possibile per i ragazzi nel tempo dei social

Due notizie mi arrivano sul tavolo. Fresche, freschissime come due brioches di forno da prima colazione. Solo il sapore è diverso. Anzi decisamente antitetico...

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Due notizie mi arrivano sul tavolo. Fresche, freschissime come due brioches di forno da prima colazione. Solo il sapore è diverso. Anzi decisamente antitetico. Come il bianco e il nero, il bello e il brutto, il buono e il cattivo. Confini opposti, dentro i quali cresce lo spazio del tutto possibile. Quello dei social network, con tutte le gioie e i dolori dell’epoca moderna, dove sprovveduti adolescenti alla ricerca di un po’ di fama virtuale, rischiano di finire nelle sabbie mobili, senza neppure rendersene conto.
La prima notizia mi rimanda ad una nuova realtà di matrice cinese, Tik Tok. Si tratta di una applicazione che nel giro di poco tempo ha sorpassato sia Facebook che Instagram. Si conta che quelli che se ne servono siano più di un miliardo, in prevalenza adolescenti. La società cinese che l’ha ideata oggi è valutata 75 miliardi di dollari. In pratica il successo è costruito tutto sul protagonismo dei ragazzi che, attraverso filmati brevissimi, fatti da sé e massimo di 15 secondi, devono misurarsi in una sfida, la cosiddetta Challenge come la chiamano in inglese. Si tratta perlopiù di sfide innocenti, come cantare, ballare, fare giochi di abilità. Tanto più sei bravo, tanto più ti voteranno. E di questi tempi un po’ di visibilità virtuale sembra diventata più importante del pane. Tutto bene? Mica tanto, perché non sempre le sfide sono così innocenti. L’ultima frontiera è quella del Benadryl Challange. Il Benadryl è un farmaco da banco e quindi acquistabile senza ricetta, che serve per combattere le allergie. I ragazzi sanno che se viene assunto in dosi eccessive produce allucinazioni. La sfida da vincere è varcare la frontiera sempre più in là rispetto a dove sono arrivati agli altri. Ed è arrivata la prima vittima, una quindicenne.
La notizia in bianco riguarda invece colui che già viene proclamato come il patrono di internet: Carlo Acutis. Si tratta del figlio di una facoltosa famiglia borghese. Il 10 ottobre ad Assisi verrà proclamato beato. Ma non pensate a qualche monaco venerando. Carlo è morto nel 2006, a 15 anni, per una leucemia che se l’è portato via in 72 ore. Va detto che la sua famiglia non è che gli avesse insegnato l’alfabeto della fede. A istruirlo nei misteri è stata piuttosto la tata polacca devota di san Giovanni Paolo II. Poi la Grazia ha fatto il resto, segno che a Dio non occorre insegnare il mestiere. Carlo, da genietto informatico, aveva capito che con i social si può fare un mondo di bene. Papa Francesco, che lo cita nella Christus vivit, dice che egli “sapeva molto bene che questi meccanismi della comunicazione, della pubblicità e delle reti sociali possono essere usati per farci diventare soggetti addormentati”.  Gli occhi, Carlo, li teneva invece ben aperti e lo hanno portato a dedicarsi fin da bambino ai poveri, senza dimenticare di usare internet per far conoscere i miracoli eucaristici in tutto il mondo. Gli esperti che hanno analizzato il suo computer con tecniche forensi non hanno trovato una sola traccia di uso sconveniente. Carlo Acutis, beato. Un influencer di Dio, a dispetto di chi vorrebbe la santità non conciliabile con la società del computer.

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